L’eredità delle dee
di Katerina Tuckova

Alle pendici dei Carpazi Bianchi, nella comunità di Zitkova, ancora oggi si parla delle dee che un tempo popolavano i monti che si ergono nei territori della Repubblica Ceca e della Slovacchia. Katerina Tuckova, scrittrice praghese, giornalista e curatrice di mostre d’arte, ci narra di loro in modo magistrale, in questo libro che è uno dei più venduti nella Repubblica Ceca, vincitore di 4 premi letterari e tradotto in 15 lingue.

Pubblicato da Keller Editore, L’eredità delle dee è una storia stupefacente, sospesa fra realtà e fantasia, fra romanzo e indagine etnografica, in un turbinio di informazioni storiche, leggende, personaggi reali e immaginari e narrazioni che rapiscono il lettore fino all’ultima riga.

Dora Idesova, la protagonista, è l’ultima discendente di una stirpe di donne guaritrici e preveggenti, che festeggiano ogni volta che nasce una femmina perché la loro arte può esser tramandata solo di madre in figlia. Le dee dei Carpazi sono a loro volta figlie di dee. Queste aiutano le persone che soffrono nel corpo o nell’anima, attraverso infusi, pranoterapia, divinazione, formule magiche ed altri sapienti rimedi.

Una ricerca etnografica sulle dee

Dora non ha ereditato alcun potere, né imparato l’arte della divinazione perché nessuno gliel’ha insegnata, ma si è laureata, ha studia etnografia e ha deciso di condurre una ricerca sulle dee di Zitkova, usando anche i documenti dell’archivio di Stato e i testi scritti sull’argomento dal pastore Hofer. La stesura del libro diventa per lei una vitale ricostruzione delle proprie origini famigliari.
Dora e il fratellino Jakub (nato con ritardi psichici) da piccini, tornando a casa, hanno trovato la madre assassinata dal padre con un colpo d’accetta. Nel villaggio si è detto che: “Tutto doveva accadere” e che “il destino delle dee è sempre infelice”.

Kateřina Tučková

Così fratello e sorella sono andati a vivere con la zia Surmena, anche lei una dea, che affida alla nipotina il compito di diventare Andzjel, cioè un angelo buono che conduca i bisognosi che arrivano in paese a casa delle dee, sulla collina di Bedova.
Ma non dura molto: negli anni Sessanta il regime comunista accusa Surmena di aver praticato un aborto clandestino e di altre nefandezze. Perciò la rinchiudono in una clinica psichiatrica e Dora e Jakub vengono trasferiti in due diversi istituti giovanili.

Per la ragazza quelli in collegio sono anni di rabbia e sofferenze per la separazione dal fratello e dalla zia. Spesso le tornano in mente le conversazioni riguardanti sua madre Irena che aveva origliato fra la zia Surmena e la Baglarka: dicevano che un giorno Irena era tornata a casa incinta, ma aveva perso il bambino; dicevano che era una ribelle che aveva finito per sposarsi un poco di buono, alcolizzato il quale non faceva che picchiarla, fino al giorno in cui l’aveva uccisa. Si riferiscono a Matyas Idès, suo padre.
Dora ha dei ricordi tutti suoi della madre: bella, con capelli ricci e fluenti, danzava e rideva con lei e Jakub nel salotto di casa, poi improvvisamente e senza motivo diventava rabbiosa e cominciava a lanciare stoviglie addosso a lei e al fratellino. Surmena soleva ripetere che Irena aveva rifiutato il dono di essere dea e questo l’aveva portata alla rovina.

Una indagine nel proprio passato

Se Dora è sopravvissuta agli anni in Istituto è solo grazie al signor Ostepka e al mondo che lui le ha fatto conoscere. Il vecchio antiquario, le regala infatti il libro di Hofer Le dee di Zitkova che le spalanca la porta sul suo mondo di provenienza, anche se per Hofer le dee erano eroine negative, ammaliatrici e pericolose. Nel libro c’è anche la descrizione di un sogno a sfondo sessuale in cui lui non poteva resistere al potere erotico di una dea, restandone scioccato al risveglio. Qui si ravvisa il noto quadrinomio: misoginia, stregoneria, sesso e demoni.

Quando, maggiorenne, esce dal collegio, Dora vuol capire ed è ansiosa di indagare. Ora però nulla è più come prima: suo fratello Jakub è rinchiuso nella città di Brno, sua zia Surmena non è mai uscita dalla clinica psichiatrica ed è ormai farneticante. Oltretutto viene considerata dallo Stato comunista una ciarlatana ostile al regime, praticante di rituali retrogradi, contrari alla scienza medica ufficiale. Morirà nel 1979 in preda al delirio.
Dora la rammenta spesso, intenta a preparare un infuso di nove erbe, o a curare le anime bisognose, oppure a recitare strane formule per placare le tempeste, sferzata dal vento in cima alla collina.

Leggendo queste pagine io invece ho ricordato le mie nonne, le vecchie zie e le compaesane, prese a discutere di malocchi e fatture, individuati con l’ausilio di un piatto di coccio, acqua e olio. A riti conclusi, il contenuto del piatto doveva essere rigorosamente gettato all’incrocio di una strada, fra mille orazioni. Quel miscuglio di sacro e profano mi faceva tanto sorridere, visto che, pur essendo piccola, ero già irriverente e scettica.

“Non si scherza con certe cose. E’ pericoloso!”: venivo redarguita.

Un tempo la gente di montagna, tanto nella Zitkova che sul mio Appennino umbro-marchigiano, colmava le lacune culturali con un pizzico di magia che un po’ spaventava e un po’ consolava.

Dora indaga incessantemente sul suo passato famigliare e sulla zia Surmena, si presenta di continuo presso l’Archivio di Stato per consultare i fascicoli che riguardano la zia, scoprendo sempre nuove cose.
Nel frattempo suo padre muore e lei ne prova sollievo. Dopotutto non è che l’assassino che ha privato lei è Jakub della madre e che, finendo in prigione, li ha lasciati soli.
In cerca di un calore mai conosciuto, intesse una relazione lesbica, molto fisica, che la coinvolge, la appassiona e che la scuote profondamente: un amore di questo tipo non è lecito negli arretrati villaggi dei Carpazi.

Seguita comunque a studiare, a scrivere ed investigare: scopre con stupore che prima del regime comunista anche i nazisti si erano interessati alle dee, come testimonia uno studio del Dottor Levin. I gerarchi del Reich pensavano che le dee dei Carpazi Bianchi fossero di origine germanica e ariana, a causa dei loro sorprendenti poteri.

Adamo ed Eva, Albrecht Dürer, 1507
Il potere della maledizione

Quante storie si intrecciano nella Storia! C’era una volta, anzi no, c’erano tante e tante volte… Dora non smette di cercare, scovando sempre nuovi dettagli e svelando misteri, fino al segreto più oscuro che Surmena le aveva nascosto per non turbarla.
C’era una volta Mahdalka, sorella di Surmena ed Irena, che in preda all’ira lanciò una maledizione su tutte le donne della famiglia le quali, una dopo l’altra, erano morte in modo sciagurato. Non era una dea buona Mahdalka, ma una bosorka, una fattucchiera che scatenava spiriti cattivi.

La magia nera con il suo potere distruttivo si oppone a quello della magia bianca che persegue il bene. Ritorna quel dualismo di energie cosmiche che presiede l’esistenza umana e la accompagna nei secoli dei secoli, di civiltà in civiltà, nello yin e yang cinese come nella magia naturale rinascimentale italiana, dalla Genesi fino al midollo dei nostri giorni.
Cosa accadrà a Dora ? Si salverà?
E cosa sono le maledizioni che, per quanto colti ed evoluti, tanto temiamo ancora?

Classe 1975, vive a Porto Sant'Elpidio, nelle Marche. Laureata in Filosofia. Atea, liberale, appassionata di letteratura e arte.È docente educatrice presso il Convitto Nazionale "G. Leopardi" di Macerata. Ha insegnato Filosofia, Storia e Psicologia in vari licei. Membro del direttivo dell'Universita' del Tempo Libero di Porto Sant'Elpidio, dal 2010 organizza eventi culturali e convegni su tematiche di attualità.

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