La figlia del sole.
Come ti illustro la magia

A un Re e a una Regina, finalmente, dopo averlo tanto aspettato, stava per nascere un bambino. Chiamarono gli astrologhi per sapere se sarebbe nato un maschio o una femmina, e qual era il suo pianeta. Gli astrologhi guardarono le stelle e dissero che nascerebbe una bambina, e che era destinata a far innamorare di sé il Sole prima di compiere i vent’anni, e ad avere dal Sole una figlia. Il Re e la Regina, a sapere che la loro figlia avrebbe avuto una figlia dal Sole, che sta in cielo e non si può sposare, ci rimasero male. E per trovare un rimedio a quella sorte, fecero costruire una torre con finestre così alte che il Sole stesso non potesse arrivare fino in fondo. La bambina fu chiusa lì dentro con la balia, perché stesse fino ai vent’anni senza vedere il Sole né esser da lui vista.

La balia aveva una figlia della stessa età della figlia del Re, e le due bambine crebbero insieme nella torre. Avevano quasi vent’anni quando un giorno, parlando delle belle cose che dovevano esserci al mondo fuori da quella torre, la figlia della balia disse: – E se cercassimo d’arrampicarci alle finestre mettendo una sedia sopra l’altra? Vedremmo un po’ cosa c’è fuori!
Detto fatto, fecero una catasta di sedie così alta che riuscirono ad arrivare alla finestra. S’affacciarono e videro gli alberi e il fiume e gli aironi in volo, e lassù le nuvole, e il Sole. Il Sole vide la figlia del Re, se n’innamorò e le mandò un suo raggio. Dal momento in cui quel raggio la toccò, la ragazza attese di dare alla luce la figlia del Sole.
La figlia del Sole nacque nella torre, e la balia, che temeva la collera del Re, la avvolse ben bene con fasce d’oro da regina, la portò in un campo di fave e ve l’abbandonò. Di lì a poco la figlia del Re compì i vent’anni, e il padre la fece uscire dalla torre, pensando che il pericolo fosse passato. E non sapeva che tutto era già successo, e la bambina del Sole e di sua figlia in quel momento stava piangendo, abbandonata in un campo di fave.

Da quel campo passò un altro Re che andava a caccia: sentì i vagiti, e s’impietosì di quella bella creaturina lasciata tra le fave. La prese con sé e la portò da sua moglie. Le trovarono una balia e la bambina fu allevata a palazzo come fosse figlia di quel Re e di quella Regina, insieme al loro figlio, più grandetto di lei ma di poco.
Il ragazzo e la ragazza crebbero insieme e, divenuti grandi, finirono per innamorarsi. Il figlio del Re voleva a tutti i costi averla in sposa, ma il Re non voleva che suo figlio sposasse una ragazza abbandonata e la fece andar via da palazzo confinandola in una casa lontana e solitaria, con la speranza che suo figlio la scordasse. Non s’immaginava nemmeno che quella ragazza era la figlia del Sole, ed era fatata e sapeva tutte le arti che gli uomini non sanno.

Appena la ragazza fu lontana, il Re cercò una fidanzata di famiglia reale per il figlio e combinarono le nozze. Il giorno delle nozze, furono mandati i confetti a tutti i parenti, amici e familiari, e siccome nell’elenco dei parenti, amici e familiari c’era anche quella ragazza trovata nel campo delle fave, andarono gli Ambasciatori a portare i confetti anche a lei.
Gli Ambasciatori bussarono. La figlia del Sole scese ad aprire, ma era senza testa. – Oh, scusate, – disse, – mi pettinavo, e ho dimenticato la testa sulla toletta. Vado a prenderla -. Andò su con gli Ambasciatori, si rimise la testa sul collo e sorrise.
– Cosa vi do, per regalo di nozze? – disse; e portò gli Ambasciatori in cucina. – Forno, apriti! – disse, e il forno s’aprì. La figlia del Sole fece un sorriso agli Ambasciatori. – Legna, va’ nel forno! – e la legna prese e andò nel forno. La figlia del Sole sorrise ancora agli Ambasciatori, poi disse: – Forno accenditi e quando sei caldo chiamami! – Si voltò agli Ambasciatori e disse: – Allora, cosa mi raccontate di bello?

Gli Ambasciatori, coi capelli ritti sul capo, pallidi come morti, stavano cercando di ritrovar parola, quando il forno gridò: – Sora padrona!
La figlia del Sole disse: – Aspettate, – ed entrò nel forno rovente con tutto il corpo, ci si voltò dentro, tornò fuori e aveva in mano un bel pasticcio ben cotto e dorato. – Portatelo al Re per il pranzo di nozze.
Quando gli Ambasciatori giunsero a palazzo, con gli occhi fuor delle orbite, e raccontarono con un fil di voce le cose che avevano viste, nessuno ci voleva credere. Ma la sposa, ingelosita di quella ragazza (tutti sapevano che era stata l’innamorata del suo sposo) disse: – Oh, sono cose che facevo sempre anch’io, quand’ero a casa.
– Bene, – disse lo sposo, – allora le farai anche qui per noi.
– Eh, sì, certo, vedremo, – cercava di dire la sposa, ma lui la condusse subito in cucina.
– Legna, va’ nel forno, – diceva la sposa, ma la legna non si muoveva. – Fuoco, accenditi, – ma il forno restava spento. Lo accesero i servitori, e quando fu caldo, questa sposa era tanto orgogliosa che volle entrarci dentro. Non c’era ancora entrata che era già morta bruciata.

Dopo un po’ di tempo, il figlio del Re si lasciò convincere a prendere un’altra moglie. Il giorno delle nozze, gli Ambasciatori tornarono dalla figlia del Sole a portarle i confetti. Bussarono, e la figlia del Sole, invece d’aprire la porta, passò attraverso il muro e venne fuori. – Scusate, – disse, – c’è la porta che non s’apre dal di dentro. Mi tocca sempre passare attraverso il muro e aprirla di fuori. Ecco, ora potete entrare.
Li portò in cucina e disse: – Allora, che cosa preparo di bello, al figlio del Re che si sposa? Su, su, legna, va’ nel fuoco! Fuoco, accenditi! – E tutto fu fatto in un attimo, davanti agli Ambasciatori che sudavano freddo.
– Padella, va’ sul fuoco! Olio, va’ nella padella! e quando friggi chiamami!
Dopo un po’ l’olio chiamò. – Sora padrona, friggo!
– Eccomi, – fece sorridendo la figlia del Sole, mise le dita nell’olio bollente e le dita si trasformarono in pesci: dieci dita, dieci pesci fritti bellissimi, che la figlia del Sole incartò lei stessa perché intanto le dita le erano ricresciute, e diede agli Ambasciatori sorridendo.

La nuova sposa, quando intese il racconto degli Ambasciatori stupefatti, anche lei gelosa e ambiziosa, cominciò a dire: – Uh, bella roba, vedeste io, che pesci faccio!
Lo sposo la prese in parola e fece preparare la padella con l’olio bollente. Quella superba ci cacciò le dita e si scottò così forte che le venne male e morì. La Regina madre se la prese con gli Ambasciatori: – Ma che storie venite a raccontare! Fate morire tutte le spose! Comunque, trovarono una terza sposa al figlio e il giorno delle nozze tornarono gli Ambasciatori a portare i confetti.

– Uh, uh, sono qui! – disse la figlia del Sole quando bussarono. Si guardarono intorno e la videro per aria. – Facevo quattro passi su una tela di ragno. Ora scendo, – e scese giù per la tela d’un ragno a prendere i confetti.
– Stavolta, davvero, non so che regalo fare, – disse. Ci pensò su, poi chiamò: – Coltello, vieni qui! – Venne il coltello, lei lo prese e si tagliò un orecchio. Attaccata all’orecchio c’era una trina d’oro che le veniva fuori dalla testa, come fosse aggomitolata nel cervello e lei continuava a cavarla fuori che sembrava non finisse mai. Finì la trina, e lei si rimise a posto l’orecchio, gli diede un colpettino col dito e tornò come prima.
La trina era tanto bella che a Corte tutti volevano sapere da dove veniva, e gli Ambasciatori, nonostante il divieto della Regina madre, finirono per raccontare la storia dell’orecchio.

– Uh, – fece la nuova sposa, – io ho guarnito tutti i miei vestiti di trine che mi facevo a quella maniera. – Te’ il coltello, prova un po’! – le fece lo sposo. E quella scriteriata si tagliò l’orecchio: invece della trina le venne fuori un lago di sangue, tanto che morì.
Il figlio del Re continuava a perdere mogli, ma era sempre più innamorato di quella ragazza. Finì per ammalarsi, e non rideva più né mangiava; non si sapeva come farlo vivere.
Mandarono a chiamare una vecchia maga che disse: – Bisogna fargli prendere una pappa d’orzo, ma d’un orzo che in un’ora sia seminato, nasca, sia colto e se ne faccia la pappa.
Il Re era disperato perché orzo così non se n’era mai visto. Allora pensarono a quella ragazza che sapeva fare tante cose meravigliose e la mandarono a chiamare.
– Sì, sì, orzo così e così, ho capito, – disse lei, e detto fatto, seminò l’orzo, l’orzo nacque, crebbe, lo colse, e ne fece una pappa prima ancora che fosse passata un’ora.
Volle andare lei in persona a porgere la pappa al figlio del Re che se ne stava a letto a occhi chiusi.
Ma era una pappa cattiva, e appena lui ne ebbe inghiottito un cucchiaio lo sputò e finì in un occhio della ragazza.

– Come? A me sputi in un occhio la pappa d’orzo, a me figlia del Sole, a me nipote di Re? – Ma tu sei figlia del Sole? – disse il Re che era lì vicino.
– Io sì.
– E sei nipote di Re?
– Io sì.
– E noi che ti credevamo trovatella! Allora puoi sposare nostro figlio!
– Certo che posso!
Il figlio del Re guarì a ll’istante e sposò la figlia del Sole che da quel giorno diventò una donna come tutte le altre e non fece più cose strane.

Calvino, I., Fiabe italiane, Mondadori 2017 (pp.349-353)

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Fiabe Italiane di Italo Calvino, è una raccolta di 200 fiabe provenienti dalla tradizione popolare italiana, pubblicata per la prima volta nel 1956, nella storica collana I millenni di Einaudi. Divise in tre volumi e raccontate da nord a sud, Italo Calvino ha trascritto queste fiabe da tutte le regioni e dai vari dialetti.

Italo Calvino (Cuba 1923 – Siena 1985) dopo gli studi e la Resistenza in Liguria si laureò in Lettere a Torino. Dal 1947 al 1983 lavorò a vario titolo per l’editore Einaudi. Visse a Sanremo, a Torino a Parigi, e dal 1980 a Roma. Collaboratore di quotidiani e riviste, diresse insieme con Vittorini <<il menabò di letteratura>>. Tra le sue opere: Il sentiero dei nidi di ragno (1947), Ultimo viene il corvo (1949), Il visconte dimezzato (1952), Fiabe italiane (1956), Il barone rampante (1957), I racconti (1958), Il cavaliere inesistente (1959), Marcovaldo (1963), Le Cosmicomiche (1965), Ti con zero (1967), Le città invisibili (1972), Se una notte d’inverno un viaggiatore (1979), Palomar (1983), Lezioni americane (1988).

Marianna Tini, giovane illustratrice romana, ha realizzato l’illustrazione della favola ispirandosi all’impaginazione tipografica del 1600, in particolare all’Iconologia di Cesare Ripa.

Classe 1992, coltiva la passione per la storia dell'arte a Roma, la città dov'è nata e vive. Disegna per passione e le piace viaggiare, anche solo con la fantasia. Dal 2017 inizia a collaborare con Cronache Letterarie, curando la rubrica dedicata all'illustrazione.

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