Odore di chiuso
di Marco Malvaldi

Un castello, Pellegrino Artusi, un omicidio, l’Italia appena unita.

Pellegrino Artusi, preceduto dalla fama del suo libro di cucina, è ospite del barone Romualdo Buonaiuti  a Bolgheri, in un venerdì di inizio estate del 1895. Il barone vorrebbe un parere per trasformare parte del suo castello in quello che oggi si chiamerebbe Boutique Hotel.
Ad Artusi si prospetta un piacevole fine settimana, tra ottimi pasti e rinfrancanti passeggiate, ma i suoi piani sono presto stravolti. Sabato mattina il maggiordomo, che nella migliore tradizione dei gialli è il colpevole, viene invece trovato morto. Il giorno dopo, qualcuno spara al barone, fortunatamente prendendolo solo di striscio.

“Una delle maledizioni più comuni per gli uomini potenti è quella di avere un figlio scemo…. Capita non di rado che, a padre autorevole, succeda in linea ereditaria un figlio idiota”.

Gli inetti familiari del barone non fanno eccezione, a parte la figlia femmina; sarà proprio Pellegrino Artusi, un po’ per gioco un po’ per caso, la presenza fondamentale per scoprire i colpevoli.

Il libro di Marco Malvaldi, che qui abbandona i suoi vecchietti investigatori, è delizioso; un giallo classico con investigazioni e immediati colpevoli che alla fine non c’entrano (quasi) niente, il cui punto di forza è l’ambientazione.

Artusi e i suoi ospiti parlano in un fine ed educato italiano di fine Ottocento, talmente piacevole che ci si ritrova a leggerlo a voce alta per meglio assaporarlo. Tipo l’affermazione del barone che rigetta le accuse di seduzione della cameriera con un meraviglioso “Io non ho mai avuto congressi carnali con quella cameriera”. Non è stupendo? <3

Tra l’altro, ogni tanto Malvaldi entra a gamba tesa con una frase moderna che, per paradosso, invece di infastidirti ti fa entrare ancora di più nell’atmosfera.

Se proprio devo trovargli una pecca è che, essendoci Pellegrino Artusi come coprotagonista, mi aspettavo maggiore attenzione alle ricette della cuoca, invece l’unica di cui si parla è un polpettone con tonno peperoni e latte che francamente, nonostante l’entusiasmo dell’Artusi, mi ha lasciato piuttosto perplessa.

Ma per questo c’è LA SCIENZA IN CUCINA E L’ARTE DI MANGIAR BENE.

Deluso dalla pessima riuscita di una ricetta datagli senza precisione di dosi, Artusi decide che “un libro di cucina deve essere comprensibile a tutti, perché tutti noi mangiamo […] e dovrebbe essere scritto in italiano e non in quel gergo francioso […] e dovrebbe dare delle dosi, in grammi e litri che sono uguali per tutti. […] E se tale libro non esiste, lo scriverò io stesso”.

Artusi L'arte di mangiar beneDetto fatto: il libro per cui Pellegrino Artusi è passato alla storia è il primo trattato di gastronomia dell’Italia unita, tradotto in tutte le lingue del mondo e tuttora in stampa.

Come scrive l’Accademia della Crusca, l’opera di Artusi è considerata importante anche per la diffusione della lingua italiana nel neo unificato territorio nazionale: “Scritto in una lingua fluida, elegante e armoniosa, quel libro divenne familiare a generazioni di italiani e soprattutto di italiane, […] LA SCIENZA diffonde  nelle case degli italiani un modello di lingua fiorentina fresca e viva, ma insieme corretta e controllata, sensibile alla tradizione letteraria”.

In effetti per chi è appassionato di cucina e cultura gastronomica, il tomo di Artusi è un vero piacere.

Artusi La scienza in cucina e l'arte di mangiar beneLe ricette sono quelle della tradizione italiana, ognuno riconoscerà quelle della propria regione e ce ne sono alcune, tipo gli spaghetti al pomodoro (giuro, è la N.104), che a noi fanno sorridere tanto sono basiche. Però evidentemente all’epoca Artusi ritenne doveroso scrivere un libro di ricette che le spiegasse proprio tutte, anche le più semplici, nei minimi particolari.

Inoltre le sue ricette mostrano un po’ i segni dell’età e sono spesso troppo caloriche per i canoni estetici contemporanei. LA SCIENZA si legge soprattutto per come è scritta, per come introduce le ricette con commenti, aneddoti di vita vissuta e valori nutrizionali d’epoca che ci fanno fare un viaggio al tempo dei nostri bisnonni, dove un pasto importante prevedeva principii, minestre, tramessi, carne (o pesce), ortaggi, dolci e liquori.

Stavolta le ricette che vi passo sono due: la prima, proprio come la scrisse Pellegrino Artusi, è quella degli gnocchi di farina e uova, che lui chiama “alla romana”. Però ammetto di non averla provata, ve la propongo soprattutto per darvi un’idea di come sono raccontate; chissà che, oltre al libro di Malvaldi, non vi venga la voglia di leggere anche il super best seller del nostro gastronomo.

La seconda è propriamente degli gnocchi alla romana che Artusi chiama semplicemente “di semolino”.

N. 231 GNOCCHI ALLA ROMANA

“Questi gnocchi, che io ho modificato e dosati nella seguente maniera, spero vi piaceranno come sono piaciuti a quelli a cui li ho imbanditi. Se ciò avviene fate un brindisi alla mia salute se sarò vivo o mandatemi un requiescat se sarò andato a rincalzare i cavoli”.

Farina, gr 150. Burro, gr 50. Cacio gruiera, gr 40. Parmigiano, gr. 20. Latte, mezzo litro. Uova, n.2.

“Si dice che a tavola non si dovrebbe essere in meno del numero delle Grazie, né in più del numero delle Muse. Se vi aggirate intorno al numero delle Muse, raddoppiate la dose. Intridete la farina colle uova e col latte versato a poco per volta entro una cazzaruola, aggiungete il cacio gruiera a pezzettini e mettete l’intriso al fuoco mescolando continuamente. Quando sarà assodato per la cottura della farina, salatelo e aggiungete la metà del detto burro. Lasciate che il composto diacci e poi, nella stessa guisa degli gnocchi di farina gialla, mettetelo a tocchetti in un vassoio che regga al fuoco e conditeli via via col resto del burro a pezzetti e col parmigiano suddetto grattato; ma non alla superficie, perché il parmigiano col fuoco sopra prende l’amaro. Rosolateli sotto a un coperchio di ferro o nel forno da campagna e serviteli caldi”.

N. 230 GNOCCHI DI SEMOLINO

Latte, decilitri 4. Semolino, grammi 120. Burro, grammi 50. Parmigiano grattato, grammi 40. Uova, n. 2. Sale, quanto basta.

Cuocete il semolino nel latte e quando siete per ritirarlo dal fuoco salatelo e versatevi metà del burro e metà del parmigiano. Poi, quando è ancora ben caldo, aggiungete le uova e mescolate, indi versatelo sulla spianatoia, o sopra un vassoio, distendetelo alla grossezza di un dito e mezzo e lasciate che diacci per tagliarlo a mandorle. Eccovi gli gnocchi che collocherete uno sopra l’altro in bella mostra entro un vassoio proporzionato, intramezzandoli col resto del burro a pezzetti e spolverizzandoli, suolo per suolo, ma non alla superficie, col resto del parmigiano. Per ultimo, rosolateli al forno da campagna e serviteli caldi o soli o per contorno ad un piatto di carne stracottata o fatta in altra maniera”.
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Napoletana di nascita e romana per scelta, da sempre sono innamorata della cara vecchia Inghilterra. Lavoro nella produzione cinematografica e da che ho memoria sono appassionata di cucina e passo quasi ogni momento libero spignattando e infornando a più non posso. Cinefila e profondamente gattara, vivrei in un autunno perenne con libri e tè.

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