Filmini al cinema. Dal cinema al social video – PARTE SECONDA

Continua il nostro viaggio nell’uso del cinema amatoriale sul grande schermo. Dopo aver esplorato nella prima parte dell’articolo le origini e l’utilizzo dei video amatoriali fino agli anni ’80, in questa seconda ed ultima parte, esploreremo cosa  è successo in epoca più recente e contemporanea.
Family viewing
Family viewing – Un film di Atom Egoyan

Attorno alla metà degli anni ’80, si assiste ad una grande rivoluzione delle tecniche di ripresa. Stiamo parlando dell’avvento del digitale. Questa rivoluzione toccherà anche i filmati amatoriali che, nel cinema, diventano elettronici, sebbene sia un’elettronica ancora molto analogica.

Tra i primi film che utilizzano l’immagine elettronica amatoriale come oggetto della narrazione, ricordiamo Family Viewing, un film del 1987 del regista armeno-canadese Atom Egoyan. Family Viewing racconta la storia di Van, un sedicenne che vive col padre Stan e la sua amante Sandra, una donna ancora giovane. Sia Stan che Sandra sono video-dipendenti. Un giorno Van trova per caso delle video-cassette VHS contenenti scene della sua infanzia. Tra queste, però, trova anche un video che mostra come il padre avesse sadicamente imbavagliato la madre, scomparsa da molto tempo. Questo avvenimento condizionerà lo sviluppo della storia.

Il film Family Viewing, o Black Comedy nel titolo europeo, di fatto è un breve viaggio tra i generi dell’audiovisivo e segna il passaggio dell’uso dell’audiovisivo da una sfera pubblica ad una sfera privata. La questione è meramente pratica. I VHS o l’8mm non hanno bisogno di passare di mano in mano per essere sviluppati, come in precedenza accadeva per il super8 e tutta l’analogica chimica che doveva essere inviata a laboratori, fotografi spedizionieri per essere sviluppata. Questo rende, ovviamente, la nuova tecnologia uno strumento ideale per tutelare la propria sfera privata. Il video elettronico genera un rapporto di fiducia con il mezzo cui si possono affidare immagini più intime. Appunto perché a vederle, quelle immagini, non interverrà nessuno oltre a chi riprende.

Nascono così film come Sex, Lies and Videotapes, Sesso, bugie e videotape, del 1989, di Steven Soderbergh, in cui la videocamera del protagonista è usata per registrare le confidenze di molte ragazze, cosa che genera un morboso intreccio di sentimenti tra il protagonista e le giovani. E Thesis del 1996 di Alejandro Amenabar, che racconta di un circuito di snuff movies prodotti a fini di lucro, registrati con sistemi amatoriali. Gli snuff movies sono appunto video amatoriali realizzati a pagamento in cui vengono mostrate torture realmente messe in pratica durante la realizzazione del film e culminanti con la morte della vittima.

I risvolti negativi dell’uso degli home movies è centrale nel film 8mm- Delitto a luci rosse di Joel Schumacher del 1998, in cui Nicolas Cage è impegnato a trovare una ragazza scomparsa e riapparsa in snuff movies. Del 1996, poi, è Trainspotting di Danny Boyle.  Il film presenta molte microstorie all’interno della propria trama. Quella più interessante dal nostro punto di vista è quella che vede Tommy alla ricerca di un nastro rubato da un amico, che contiene un video hard girato con Lizzie, la sua ragazza. Il video era stato prodotto a scopo privato, chiaramente, ma Tommy, che non lo trova più, teme di averlo lasciato per errore nel circuito di noleggio di cui si serviva. Questo fatto determinerà una concatenazione di eventi che distruggerà la vita del personaggio.

8mm
Nicolas Cage in “8mm. Delitto a luci rosse”

Alla fine del millennio la tecnologia digitale si afferma e si impone in maniera massificata. Nasce un dibattito, che in parte prosegue anche oggi in termini accademici, su cosa si sia perso nel passaggio tecnologico.
Un ulteriore passo verso la visione moderna dell’home video viene compiuto da Strange Days, un film del 1995 di Kathryn Bigelow. Siamo in un futuro distopico e gli uomini commerciano un nuovo tipo di droga sintetica che consiste nelle immagini generate dallo SQUID, un dispositivo che cattura le esperienze sensoriali degli altri.  Si tratta di un dispositivo a metà tra una realtà virtuale e una cinepresa home movies che registra tutto con gli occhi di chi lo indossa. Nel futuro immaginato da Strange Days non si gireranno più film, ma si registrerà la vita per come viene percepita direttamente dalla persona. L’uomo diventa un uomo-macchina da presa. Questo è per James Cameron, sceneggiatore del film, il futuro dello spettacolo cinematografico: visioni estreme molto vicine alla realtà percepita. Un po’ come fa il dispositivo al centro del racconto di Until the End of the World, film di Wim Wenders del 1991, ambientato alla fine del secolo, cioè nell’anno 1999.

Strange days
Strange days – Lo SQUID

Il nuovo secolo ormai ha ben chiaro che l’immagine digitale sarà al centro della rappresentazione del quotidiano. La sua facilità di produzione e riproduzione rende tutti noi dei veri e propri cineasti amatoriali. Basta pensare all’evento più traumatico del millennio, l’attentato alle Twin Towers, e come la sua rappresentazione sia stata mediata da migliaia di immagini amatoriali mescolate con quelle professionali. Ora tutte, indistintamente, fanno parte del nostro immaginario. Film come Redacted di Brian De Palma, del 2007, e Nella valle di Elah di Paul Haggis, utilizzano strumenti narrativi legati al cinema amatoriale: handycam portate nel campo, o action cam poste sugli elmetti dei militari.

final cutUn passo più avanti nel cinema di finzione è compiuto da The Final Cut, film del 2004 di Omar Naim, che vede Robin Williams “montatore” di ricordi delle persone defunte. Siamo ancora in un futuro distopico e le persone avranno dei dispositivi impiantati nel cervello che permetteranno di registrare il quotidiano attraverso i propri occhi. Si può avere accesso a queste immagini registrate, però, solo dopo la morte del protagonista. E’ vero che siamo in un futuro distopico, ma la nostra natura non è cambiata, succede che si attiva tutto un mercato nero dei video che permettono di epurare i racconti dei defunti dalle loro parti imbarazzanti o poco degne di essere lasciate ai posteri.

Nell’episodio di Black Mirror Ricordi pericolosi, c’è una fantasticheria simile  al film di Naim. L’episodio racconta di un mondo in cui tutti possono scegliere di impiantare un hard drive  nel cervello per registrare e rivedere a piacimento la propria esistenza. Neanche a dirlo, questa tecnologia è la causa della disperazione del protagonista che, rivedendo il proprio quotidiano, scopre tutte le menzogne raccontate dalla moglie, di cui a prima vista non si era accorto.

Già oggi abbiamo in commercio e quindi a nostra disposizione diversi dispositivi per poter filmare le nostre giornate. Si tratta delle cosiddette LifeCam: strumenti che registrano immagini con un punto di vista casuale, ma che si possono portare addosso con semplicità. Questi dispositivi producono un flusso di immagini enorme, che galleggiano nel web attraverso i social network.

In un interessante saggio del fotografo Joan Fontcuberta, intitolato La Furia delle immagini, si fa riferimento ad un artista, Wafaa Bilal, che per un progetto artistico si è fatto impiantare una camera sulla nuca per catturare le immagini nell’angolo morto del proprio angolo visivo.

Wafaa Bilal e la sua camera impiantata

Lui parla in questo senso di ecologia della visione. Io non saprei esattamente come definirlo.

So solo che la sovrapproduzione di immagini è il tema del futuro. Abbiamo un rubinetto aperto da cui sgorgano immagini e a noi non resta che remixarle.

Diplomato al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, inizia ad occuparsi di montaggio nel 1998, in un momento in cui vedere un video sul monitor catodico di un computer era ancora appannaggio di pochi eletti. L'audiovisivo è sempre rimasto il suo mondo, per passione e professione.

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