L’ombra, il silenzio e la musica dei fiori:
Rifrazioni di Elio Pecora

Il professor Marco Camerini scrive per Cronache Letterarie delle recensioni in cui usa un linguaggio incandescente come un flusso di lava per raccontare l’arte della letteratura. Questo suo pezzo su Rifrazioni di Elio Pecora non è di facilissima lettura, ma se amate la poesia non potete perdervelo.

La pazienza maggiore l’ha dovuta a se stesso:
ha patito le paure nuove del bambino,
i fantasmi esagitati dell’adolescente,
le saracinesche arrugginite dell’ansia,
il tramutare scomposto delle carni
i cumuli delle ombre, gli intoppi della memoria.

In questi splendidi versi di Elio Pecora si trasfigura ellitticamente in terza persona, con intensa e disarmante sincerità, il soggetto poetante di Rifrazioni (Mondadori, 2018), che si reinventa ogni istante e ogni ora, non ha fiato bastante/per rincorrere tutto/quel che gli corre davanti/e che dietro s’inombra e pure – disincantato e disilluso, acceso di ansia e di sogni, senza più un altare né un dio da pregare – di continuo si adopera a procacciarsi piacere, a medicare il dolore. Infinitesima “fibra” di una galassia/universo, baudelairianamente condannato – fra i detriti di un assordante, tumultuoso presente in rovina – ad annaspare nel fango, occhieggiando le stelle, alimenta tenace e mai disperato la fame e la sete dell’Anima, mentre intende “il linguaggio delle cose mute”. E contempla estatico il profilo della luna vestito del suo poco, rinchiuso/nei suoi sonni che sognano mentre il tempo precipita vorticoso senza prospettive di edeniche stasi.

Rifrazioni di Elio Pecora

Una contemporaneità opprime ed assedia l’io lirico, funestata da ruberie e delitti, eccidi ed eccessi, guerre che servono a scherani [sgherri] del raggiro seduti a legiferare sulle immondizie e piazze che chiedono un altro presente, fra sussulti sismici e naufragi etici – nessuno sbarco stanotte a Lampedusa/nessun morto per mareil futuro? Una marea fangosa che avanza mentre nei giovani vacilla la speranza – si contrappone la memoria di un passato che assume le fattezze di ombre ferme alle porte di una città senza nome, vaganti ancora nel recinto brulicante dei vivi.

Sono tante, presenze irrequiete e leggere nel rumore dei giorni, folla silente in mezzo a noi che ci chiama e muta risponde alle domande mute senza nulla chiedere se non permanere dopo l’addio, nel breve saluto di un incontro inusuale e possibile solo che Orfeo lo desideri.

Nella evidente diversità delle opere, questo espediente sospensivo fra l’immanente ed il trascendente è il motivo ispiratore di un intrigante romanzo di George Saunders, Lincoln nel bardo, vincitore del Man Booker Prize, che prende spunto dall’episodio – storicamente accertato – del Presidente americano il quale visitò più volte la bara del figlio prematuramente scomparso imponendo che non venisse chiusa (qui la recensione di Cronache Letterarie).

E se è vero che moriamo alla morte dell’ultimo che ci ha conosciuti e non è perdita l’addio se lascia tracce nelle stanze aperte del cuore, il dialogo con loro (vedi “Lo spessore dell’ombra”) è struggente e vivissimo.

Troppo risoluta, comunque, in Elio Pecora la volontà di risillabare la speranza e, pure di aprirsi a tentoni, un montaliano varco per concedere ai morti l’egoistico mandato di (tornare a) vivere accanto sé. Ferma e pronta la risposta al loro accorato richiamo e imperitura la promessa di perpetuarne il ricordo, ma la sua è poesia della vita. Eros vince Thanatos, i piedi devono riprendere ad andare e nel presente, pure se abitacolo in rovina, deve inevitabilmente giocarsi la personale scommessa esistenziale, anche quando il pianto punge gli occhi/e in petto s’annoda, o un grido chiude la gola.

Così, mentre tutto sembra perduto e si cammina per arrivare a fine giornata, la tensione dell’attesa che non smette di origliare e l’irriducibile fiducia in una felicità che non transige e non si pronuncia, ma cui il poeta non intende rinunciare, si sciolgono nel recupero di un tenace rapporto con il vissuto e di un mai domo sentimento dell’amore. Presenze stavolta vive, discrete, del quotidiano, il violinista sulla metro, il barbone che regala i suoi versi sconnessi, il vecchio che blatera, la badante moldava, umanità varia, dolente e nemica a se stessa, si stringono intorno a lui che – capace di emozionarsi per la corolla di un fiore, il profilo minuto di un adolescente nell’autobus affollato, una voce al telefono – attraversa solidale (sebbene non vi scorga il posto appartato in cui riconoscersi), un mondo miracolosamente popolato di storie che:

riempiono una strada,
un incrocio, una stanza, e in ciascuna
un intrico, un subisso di domande,
di risposte accennate, di pretese.
“C’era una volta un principe infelice”
poi fu felice, e questa era la fiaba.

Cesare Tacchi, Coppia felice, 1966

L’amore, dal canto suo, si “rifrange” più di quanto non appaia ad una prima lettura lungo tutta la raccolta, illuminandola anche quando si connota come inganno, disfatta, promessa bugiarda, appassionato segno non corrisposto, aspettativa vana e rimanda a Saffo e alla Cvetaeva. Nella consapevolezza che il dio frecciuto ignora età e tattiche, nessuna concessione a rassicuranti proiezioni ideali, solo la risoluta persistenza del desiderio che rende divini, è stordimento fresco e lieve, basta a se stesso e, caparbio bagliore dentro l’addio, brilla inesausto ed irrinunciabile.

Alla fine il tumulto da 100.000 watt di una città infernale con i suoi dannati che vanno/avvoltolati d’ansia/per ignoti traguardi non impedisce di auscoltare a chi sa, può e vuole le vibrazioni di viole, timpani, flauti, pascoliani sistri o di un oboe e al viluppo di inganni, scandali, miserie si oppone, in un non-luogo fuori del tempo, un miracoloso orto di verdi che svariano ove si declina una flora odorosa e rassicurante: dalie, ibiscus, ulivi, gigli, ortensie, il loto e il gigantesco agrifoglio, la zinnia e la catalpa bignonia, foscoliani tigli, pascoliani pioppi, il salice con la sua canzone. In questo giardino ai piedi di una collina, Pecora rinviene i termini esatti e svelati, atti a rendere la spasmodica tensione interiore e a “sciogliere il canto” del niente nel niente.

Echi di Saba, Penna, Pasolini e Montale convivono in un tessuto unico ed originale. Se da un lato la sua cifra stilistica, esclusiva ed evocativa nella trasparente intelligibilità, garantisce una convinta adesione al reale di certa lirica contemporanea, dall’altro le parole non possono risultare tanto scarne e sommesse/da evaporare come fuochi di foglie secche, né sono intessute di sonorità leziose: esprimono invece (spesso attraverso il ricorso ad anastrofi ed iperbati) lo strappo, l’incaglio, la discordanza infeltrita di una vigile e sofferta resa formale. Lessicalmente in magistrale equilibrio fra classicismo e crepuscolare “grado zero”, le parole vengono meticolosamente scelte come un tubero o un seme da interrare che produrrà, forse, senza illusori ottimismi, un frutto, un fiore/una foglia minuscola… non più di un cenno, un avvio/per un altrove nemmeno ancora intravisto.

Formatosi alla scuola storico-critica di Walter Binni – di cui è stato allievo e con il quale ha collaborato negli anni conclusivi del suo magistero accademico alla Sapienza di Roma – affianca all’impegno di docente di Lingua e Letteratura italiana presso i Licei, l’attività di critico letterario e saggista, con interessi rivolti alla lirica novecentesca e al romanzo post-moderno.

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