L’americano tranquillo di Graham Greene

Graham Greene, nel suo libro L’americano tranquillo (Mondadori editore), ambientato negli anni Cinquanta, durante la guerra dell’Indocina, ha saputo raccontare egregiamente alcuni aspetti del rapporto tra le fanciulle orientali e gli uomini occidentali, con le tante incomprensioni, le molte gioie, le complicazioni, gli entusiasmi, le ossessioni, le paranoie. Ce lo racconta Paul Valenti, “un italiano tranquillo” che ha un punto di vista speciale, si trova esattamente dove il romanzo è stato scritto: al bar dell’Hotel Continental a Saigon.

Bellissime. Ingenue e perfidamente smaliziate. E’ con quell’atteggiamento puro e innocente di chi non ha il peccato originale nel sangue, quell’espressione candida e disorientata da passerotto appena caduto dal nido, che le donne orientali sanno predisporre l’uomo a tutto: anche a essere spietatamente ingannato!

The Quiet American, dal quale nel 2002 è stato tratto un bel film con Michael Caine e Brendan Fraser (e che, tra l’altro, mi ha visto partecipare come comparsa nelle riprese girate a Saigon), parla di una storia d’amore costruita sul triangolo tra Fowler, un giornalista inglese di mezza età, Pyle, un giovane americano idealista, e Phuong, una bella ragazza vietnamita. Il libro parla inoltre della crisi politica e del graduale coinvolgimento degli americani che portarono al disastro della Guerra del Vietnam, finita poi nel 1975.

La decadente Saigon che ho visto per la prima volta nel 1995, ventitre anni fa, era molto simile a quella di vent’anni prima, alla fine della guerra, avendo subito quella razionalizzazione della miseria che è il comunismo reale, che l’ha congelata in uno stallo sociale e politico di ispirazione filo-sovietica fino a non molto tempo fa.

Oggi invece anche questa città, a suo tempo ribattezzata Ho Chi Minh City ma ancora chiamata “Saigon” dalla maggioranza dei suoi abitanti, è una metropoli sempre più moderna e proiettata nel futuro, con tutti i privilegi e le contraddizioni che ne conseguono.

Il locale storico ai piedi del Continental Hotel dove sono seduto in questo momento e dove Graham Greene scrisse buona parte del suo libro, ha avuto tra i suoi frequentatori i più grandi giornalisti, corrispondenti di guerra e romanzieri che hanno calcato il territorio vietnamita nell’ultimo secolo.

Ragazza vietnamita che indossa l’abito tradizionale: Ao Dai

Oggi anche questo locale “dove la gente”, scriveva Greene, “si accalca davanti al buffet cercando scampoli di possibile, residua felicità”, è stato travolto dalla modernizzazione, tant’è che serve solo cibi asiatici occidentalizzati e viceversa cibi occidentali asiaticizzati. Qui io posso esercitare la mia condizione di vegetariano non praticante.

Nella sala si muovono giovani cameriere in “Ao Dai”, l’elegante abito tradizionale vietnamita che consiste in una lunga e aderente tunica di tessuto leggero, aperta sui fianchi, indossata sopra pantaloni larghi e leggermente svasati. Sono allo stesso tempo pudicamente sobrie ed esageratamente provocanti. È proprio vero che:

“Di tutte le ragazze dell’universo, quelle orientali sono probabilmente le più dolci, le più affettuose, le più graziose, le più gradevoli. Nessuna donna sa, come quella orientale, proporsi al suo uomo come se fosse il solo, l’unico, l’eterno, e lei la sua piccola, dolce, gentile, umile schiava”.

La città fuori è frenetica e traboccante di visi dai tratti somatici asiatici, come è logico che sia. Mi vien da chiedermi se gli occhi a mandorla vengono dalla biologia o da un atteggiamento nei confronti della vita. L’occhio semichiuso significa che si sentono al centro del mondo e degli altri se ne fregano? Oppure è un filtro della realtà per non prenderla di petto, per non guardarla in faccia?

Intanto, piatte e graziose figurine femminili stanno venendo su per la strada”, scriveva Greene, “con i loro pantaloni di seta bianca, le giacchine lunghe e attillate con disegni rosa e lilla e con lo spacco sulla coscia. Le guardo con la nostalgia che avrei provato, lo so, una volta che avessi lasciato per sempre questa parte di mondo. Non voglio perdere di vista quelle fanciulle che si muovono con grazia nel mezzogiorno afoso, voglio Phuong, voglio restare qui perché la mia patria ha cambiato posizione di 13,000 km, la mia patria è il Vietnam”.

Mentre i condizionatori tengono appena a bada l’afa granulosa, nell’aria aleggia una canzonetta così zuccherosa che fa male ascoltarla.

Un francese siede vicino a me con la mano sul grembo di una ragazza. Invidio la semplicità della sua felicità, o della sua disperazione, quale fosse delle due”. Sento l’uomo, ormai avanti d’età, chiedere alla giovane fidanzatina orientale: ‘Se io non avessi i soldi, tu verresti con me?’. Lei risponde serenamente con un’altra domanda, che mette ordine alle cose: ‘E se io non fossi bella, tu verresti con me?’.

Le donne asiatiche sono delle cacciatrici eccezionali, specializzate nel catturare una particolare preda: il maschio occidentale. E hanno sviluppato una strategia unica per cacciarlo: si mascherano da preda.

Una fanciulla che scappa attrae l’inseguitore. Anzi: lo crea.

E le fanciulle orientali sono magistrali nel creare inseguitori occidentali in cerca di glorie sentimentali o di rivincite esistenziali. Buona parte degli europei sono delle prede perfette: non bevono troppo, non alzano le mani, hanno il culto della donna. Non c’è neanche bisogno di ingannarli: ci pensano da soli!

Un americano tranquillo
Michael Caine è Thomas Fowler e Do Thi Hai Yen è Phuong in “The Quiet American” del 2002

A proposito di prede ignare e vulnerabili, tra la gente sul marciapiede vedo la mia supposta amante venirmi incontro inguainata in uno spettacolare taglio d’occhi a mandorla da pantera mansueta ma indomabile. Consapevole della sua inarrivabile bellezza, mostra una spudorata matrice di timidezza che non fa altro che accentuare il suo erotismo. Ho un’erezione al cuore. Se avessi la coda scodinzolerei.

I capelli sono raccolti in una piccola coda di cavallo e lasciano scoperta la nuca ambrata, delicata, promessa di una schiena morbida e consolante. È bassina, né poteva essere altrimenti: un essere così ben riuscito e curato nei dettagli non può che avere dimensioni ridotte.

Sicuramente deve essere bella anche dentro, nel senso dell’apparato circolatorio, quello digerente e tutto il resto. Deve avere dei tessuti perfetti, delle armonie cellulari invidiabili, degli equilibri ormonali ineguagliabili.

La passione amorosa è un concetto occidentale, spesso confusa con il vuoto lasciato da un desiderio insoddisfatto. Noi uomini la usiamo per presupposti sentimentali o per dissimulare il fatto che siamo ossessionati da una donna. In Oriente c’è meno ossessione, meno psicosi, e proprio per questo rischiamo di farci tanto male se non stiamo attenti.
Lo aveva capito anche Greene durante la sua permanenza a Saigon.

Le vietnamite non soffrono di ossessione. Non è nella loro natura. Dire che sono bambine è un luogo comune, ma in loro c’è qualcosa di infantile. Ti amano in cambio della gentilezza che dimostri, della sicurezza che dai e dei regali che fai, e ti odiano se le picchi, o per un’ingiustizia che fai subire loro. Non sanno che cosa vuol dire entrare in una stanza e amare un estraneo. Per un uomo di quel periodo della triste cautela che è la mezza età, è una cosa che dà molta sicurezza. Non se ne andrà di casa finché sarà una casa felice”.

L’Hotel Continental a Saigon negli anni ’50

Ora la mia ragazza mi è vicina. Emana un buon profumo di mattina, un misto di aria pulita e di rugiada, di spiaggia deserta e di terra bagnata.
Sorride, sorride sempre come se fosse il giorno più bello della sua vita, anche di quella futura. E certi sorrisi fanno accomodare morbidamente in poltrona tutte le malinconie e le incertezze.

Tu non sarai mai forte come la tua fidanzata vietnamita”, diceva Greene, “Conosci quel tipo di vernice che resiste ai graffi? Questa è lei. Di quelli come noi ne può sotterrare una dozzina. Invecchierà, tutto qui. Patirà per via di un parto, avrà fame, freddo, reumatismi, ma non soffrirà mai di quello che soffriamo noi, di pensieri e di ossessioni. Non si graffierà, perderà solo di colore”.

Mi passa la mano sulla testa. Mi spettinerebbe, se ci fosse ancora qualcosa da spettinare. La pressione delle sue unghie sul cuoio capelluto mi provoca una piacevole disperazione. Mi verrebbe di fare all’amore se non sapessi che, come disse Buddha, ogni concupiscenza genera alla fine solo tormento.

Mi guardo le mani che avevo dimenticato sulle ginocchia. So di voler restare insieme a lei per sempre, perlomeno finché matrimonio non ci separi. Non è mai stata sposata e come la maggior parte delle persone che non lo hanno fatto, tende a idealizzare il matrimonio.

“Non penso che ciascuno di noi sappia davvero chi è la persona che amiamo, ma sicuramente amiamo la persona che riteniamo essa sia. Ma l’amore, così come lo raffigurano le donne, è decisamente sopravvalutato: è pura propaganda ideologica femminile”.

Si mette a raccontarmi con voce flebile cose che nemmeno sto a sentire, tanto mi distrae il suo viso da cerbiatta smarrita, con quelle fossette sulle guance delicate, le sue labbra color ciliegia, l’espressione remota, quasi assente. La guardo dentro gli occhi: un tuffo in un mare di quiete, calmo e fresco. Voglio tanto restare single, ma assolutamente insieme a lei! Devo stare attento, la linea di confine tra innamoramento e imbecillità è molto labile!

Le sue dita sottili si muovono con grazia e risolutezza, quasi per conferire alle parole quella forma che la voce non riesce a dargli. Sono sensibile alle ragazze che muovono le mani con grazia, non sono molte.

Graham Greene sosteneva che “la ragazza vietnamita ti dice sempre quello che vuoi sentirti dire” come lei me lo sta dicendo ora, mentre io l’ascolto indugiando a lungo in pozze d’intimità.

A un certo punto, ci alziamo e decidiamo di uscire dal locale, ritrovandoci in quella specie di isola pedonale senza divieto di transito che è il centro di Saigon, sballottati dai motorini che sfrecciano in ogni direzione, carichi all’inverosimile.

Un po’ di vento si è alzato e rende sopportabile la percezione di una temperatura comunque troppo alta. Le scompiglia i capelli. Lei è fatta di vento, e appena si allontana ti manca l’aria e ti senti soffocare. Non mi resta che implorare al vento di restare. Scriveva Graham Greene:

“Sono innamorato di Phuong! E chi è innamorato è pazzo. Sono terrorizzato all’idea di perderla, mi pare che stia cambiando atteggiamento nei miei confronti e non riesco più a sopportare l’incertezza. Però so bene che è più importante che una donna sia felice che fedele, perché una donna felice non tradisce, una donna felice è sempre fedele, non ha bisogno di nient’altro”.

Mi giro e la guardo. Si ostina ad essere bella. Si muove con la grazia di una remota aurora boreale, lasciando scivolare le forme del suo corpo sotto la seta che lo ricopre. L’abito le comprime un po’ il petto e da questo nasce un altro meraviglioso elemento d’erotica delizia, il collo.

Sono innamorato di lei! E chi è innamorato è pazzo. Dopotutto sto chiedendo soltanto ciò che tutte le persone libere sognano: una prigione!

Il vento rallenta. Pare fermarsi. Forse ha deciso di restare.

E io ho l’aria per respirare.

Piemontese di nascita e, malgrado le raccomandazioni di chi mi diceva “Gira pure il mondo ma non uscire mai dall’Italia”, dal 1995 residente in Vietnam, confine ultimo dell’intangibile logica orientale, dove ho avviato alcuni ristoranti italiani, consuete zattere di sopravvivenza per italici in cerca di fortuna o in fuga da se stessi.

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