Il multimondo visionario di Mohsin Hamid

Il multimondo visionario di Mohsin HamidNominato due volte  per il Man Booker Prize, Mohsin Hamid (qui sopra con la moglie Zahra) è uno di quegli scrittori che riesce a raccontare la complessità del contemporaneo senza rinunciare all’ironia e alla tenerezza. E, cosa non meno importante, con una profondità di sguardo che apre alla possibilità di nuovi orizzonti storici, non necessariamente divisi da muri.

Come se non esistesse angolo della terra rimasto incontaminato dalla globalizzazione, le storie di Mohsin Hamid parlano di un mondo che è multimondo etnico e culturale, globale e globalizzato. Questa disruption strisciante, da una parte ha svuotato di valore le differenze tra Occidente e Oriente, dall’altra ne ha esaltato gli estremismi.

Lo scenario in cui vivono i personaggi di Mohsin Hamid è assolutamente postmoderno, ripulito, sterilizzato: non più sogni né ideali ma tutto mercato e ideologia. A est come a ovest. Un palcoscenico smaterializzato, al punto che l’ultimo romanzo di Hamid pubblicato in Italia, Exit West, è ambientato in un paese innominato, che potrebbe essere qualsiasi luogo presente e futuro. Dipende solo in quale mondo si sceglie di vivere (ammesso che lo si possa scegliere veramente).
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Una vita da errante

Del resto la scrittura di Mohsin Hamid rispecchia fedelmente la sua esperienza personale. La biografia di Hamid è quella di un uomo del multimondo, un errante più che un migrante. Nato nel 1971 a Lahore, capitale del Pakistan, ha subito respirato l’aria del viaggiatore: dai 3 ai 9 anni ha vissuto negli States dove il padre, docente universitario, seguiva un Phd alla Stanford University. “Ho avuto un’infanzia inusuale” – spiega lo stesso Hamid nell’intervista a L’Espresso il 20 aprile 2017.

“Vivevo nel campus di Stanford, dove mio padre studiava per un Phd, e i miei amici erano bambini di tutto il mondo: un bambino israeliano, il figlio di un poeta afroamericano, uno olandese: sembravamo le nazioni unite dei piccoli. Non avevo la coscienza di una differenza tra di noi. E anche quando sono tornato in Pakistan il senso di ostilità verso l’occidente era molto inferiore rispetto a oggi”.

Poi a Lahore studia alla Lahore American School. A 18 anni si sposta nuovamente negli States per frequentare la Princenton University, dove si laurea summa cum laude nel 1993 e dove segue i workshop di due scrittrici del calibro di Joyce Carol Oaetes e Toni Morrison. Rientra per un breve periodo a Lahore per poi trasferirsi a New York City. Qui studia alla Harvard Law School per laurearsi nel 1997. Per diversi anni lavora come consulente aziendale nella multinazionale del management, la McKinsey&C. L’esperienza diretta dello spietato mondo della finanza gli permetterà di scrivere il suo secondo romanzo, Il fondamentalista riluttante.

Il vagabondare di Hamid lo porta a Londra nel 2001, dove rimane per 8 anni, dividendosi tra la consulenza e la scrittura. Consegue la cittadinanza britannica nel 2004. Dopo di che, nel 2009 ritorna a Lahore con moglie e figlia per dedicarsi alla scrittura a tempo pieno. La bisnonna della moglie è italiana, una piemontese trasferitasi in Pakistan per amore negli anni ’60 del secolo scorso. Più cittadino del mondo di così…

Inevitabile, allora, che nei suoi libri esperienza personale e storia si sovrappongano.

Confesso di aver acquistato Il fondamentalista riluttante (Einaudi, 2007) qualche anno fa, incuriosito dal titolo. Come accade a volte, iniziai a leggerlo ma non andai oltre le prime pagine. Lo rimisi nella libreria in seconda fila in attesa di tempi più propizi. Dieci anni dopo, nel 2017, dopo aver letto una recensione di Exit West, ultimo romanzo di Hamid, l’acquistai e… Ho finito per leggere uno dietro l’altro Exit West, Il fondamentalista riluttante e Come diventare ricchi sfondati nell’Asia emergente.
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Arricchirsi è glorioso ma…

La storia personale di Hamid è la fonte di un’elaborazione profonda della realtà da cui scaturisce una visione lucida. Un realismo che non rinuncia alla speranza e alla visione di altri mondi possibili.

Tutti e tre i romanzi di Mohsin Hamid sono politici e critici nei confronti del modello socio-economico che ormai permea ogni angolo di mondo. Il mito dell’arricchirsi, del diventare ricco sfondato a tutti i costi contagia i protagonisti anonimi di Come diventare ricchi sfondati nell’Asia emergente. Da un piccolo e povero villaggio di campagna – che potrebbe trovarsi in qualunque luogo del mondo – i protagonisti emigrano nella grande città. Perché solo lì, in una metropoli, il sogno può diventare realtà.

E allora se vuoi scalare il mercato e divenire un magnate con tanti soldi in banca da non sapere esattamente quanti, segui i consigli che l’anonimo narratore snocciola in un vero e proprio decalogo del capitalista rampante. Poco importa se per raggiungere l’obiettivo devi scendere a patti con la tua coscienza, rinunciare alla donna che ami, agire in un mercato non proprio legale, avere a che fare con militari e malavitosi, corrompere e truffare. Del resto arricchirsi è glorioso in ogni parte del mondo, anche in Cina come racconta Yu Hua!
Peccato però che il meccanismo sia spietato al punto che potrebbe stritolarti, e potresti perdere tutto, ma proprio tutto, da un momento all’altro. Ma come in una nemesi, proprio nel momento in cui si perde ogni cosa si può ritrovare se stessi e, teneramente, anche l’amore un tempo sacrificato.

Già nel precedente romanzo, Il fondamentalista riluttante, Mohsin Hamid racconta l’ascesa e poi il precipizio di un giovane asiatico secchione e brillante, Changez, che da Lahore viene ammesso a Princeton, e dopo la laurea, lavora per la multinazionale del management aziendale. Proprio come lo stesso autore. Stretto nell’abito scuro da manager, freddo come una macchina, Changez diventa ben presto uno dei migliori consulenti dell’azienda, che si occupa soprattutto di gestire le situazioni di crisi delle imprese (quello che in gergo è chiamato assessment e che spesso sfocia nella riduzione del personale).

Nonostante il successo professionale e sociale un tarlo inquieto rode l’anima del giovane Changez. Finché la situazione precipita con l’11 settembre. Provate a immaginare come potesse cambiare la vita di un pakistano a New York dopo quella fatidica data. L’epilogo è inevitabile. Con intelligenza e abilità Mohsin adotta un espediente narrativo: è lo stesso Changez che, seduto in un caffè di Lahore, racconta la sua storia a un americano incontrato per caso, forse.

La caratteristica di Mohsin Hamid di porre al centro della narrazione i parossismi del mondo attuale raggiunge il climax in Exit West dove la storia d’amore dei due giovani protagonisti, Saeed e Nadia, s’intreccia con la guerra civile che scoppia nella città in cui vivono. Questa folle sublimazione dell’istinto animalesco che è la guerra, distrugge tutto: case, strade, legami, persone. Non rimane che fuggire. Dove? Come? L’inventio letteraria di Hamid qui osa: immagina che Nadia e Saeed fuggano di città in città attraverso delle porte misteriose che conducono dall’altra parte del mondo. A ovest, indica il titolo del libro. Ma quale ovest?

Il fondamentalista riluttante è anche il titolo del film, tratto dal suo libro, realizzato dalla regista indiana Mira Nair nel 2012

Inoltre, tanto per rimanere aderenti alla realtà, per passare da ogni porta occorre pagare. Hamid non racconta tutto il viaggio che occorre compiere per arrivare alle porte. I protagonisti una volta oltrepassata la soglia immaginaria della porta sono proiettati, gettati nella realtà dei campi profughi dall’Asia all’Europa, dall’Australia agli USA. Nonostante tutte le difficoltà e l’imprevedibile evolversi del loro rapporto, il finale apre alla speranza che ogni porta possa essere il varco che conduce a una vita nuova, degna di essere vissuta.
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Siamo tutti migranti

Il multimondo visionario di Mohsin Hamid, Exit WestLa scrittura di Hamid rimane sempre in equilibrio tra leggerezza e drammaticità. Neppure nelle situazioni più disperate Hamid rinuncia all’ironia e alla compassione. Soprattutto in Exit West colpisce la profonda umanità con la quale Nadia e Saeed affrontano l’amore, non meno della follia dei campi e della guerra. Né Hamid rinuncia a sfidare modelli tradizionali. Nadia è una donna che non rispetta le classiche regole musulmane: ha un lavoro, vive da sola, guida la moto, vorrebbe vivere pienamente la relazione con Saeed ma lui è un tradizionalista, bisogna essere sposati per far l’amore. Un atteggiamento di rigidità che lo frena anche nell’incontro con gli altri migranti, della serie, non basta che il mondo apra le sue porte, occorre aprire anche la propria mente e il proprio cuore.

In realtà siamo tutti migranti. Non solo perché, a ben guardare, ognuno di noi è frutto di mescolanza di genti ma anche perché il mondo in cui viviamo è cambiato pure per noi.
“La maggior parte della gente non se ne rende conto. Così cerca di resistere al cambiamento. Ma il potere deriva dal diventare cambiamento” – così Hamid fa dire al capo di Changez.

In definitiva, per Hamid, la migrazione può essere una speranza. “La speranza è che nascano nuove città, le persone si muovano, le cose nuove inizino ad accadere, si crei cibo migliore, musica migliore, persone fanno sesso che non farebbero. Se Copenhagen è come Rio de Janeiro tra 100 anni, forse oggi la gente di Copenaghen penserà che è un disastro, ma forse i loro nipoti penseranno che sia fantastico.”

Poeta, qualche volta narratore, lettore forte. Nella sua libreria Hugo, Kawabata, Calvino, Grossmann, Roth, Everett convivono armoniosamente con Izzo, Derek Raimond, E. Bunker, Ed McBain. Ma è la poesia a farla da padrona.

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