Serenissime letture

Perché si è tanto scritto e si continua a scrivere di Venezia? Leggendo le pagine che tanti hanno consacrato alla città anfibia si ha la sensazione di udire la medesima melodia di fondo, un suono che, pur all’avvicendarsi degli autori, si mantiene riconoscibile e comune a ciascuno: è il suono delle parole sentimentali, che tradiscono il loro innamoramento per questo luogo. Vien dunque da domandarsi piuttosto perché Venezia, una minuscola fetta di mondo che giace sospesa sull’acqua e nel tempo, continui a vivere nei cuori più ancora che nei libri.

Il segreto tavolta sembra a portata di mano quando, giunti in città, si gironzola per calli e campi, senza una meta o un itinerario stabilito, di sorpresa in sorpresa. È proprio questo per Diego Valeri, poeta e saggista dall’inconfondibile vena malinconica, il più bel piacere che a Venezia uno possa prendersi ed è appunto così che invita alla conoscenza della magica città. «Beati i poveri in topografia» scrive, «beati quelli che non sanno quel che fanno, ossia dove vanno, perché a loro è serbato il regno di tutte le sorprese». Così prende le mosse nel 1942 la sua Guida sentimentale di Venezia, un’inequivocabile confessione amorosa e una vera e propria educazione sentimentale alla città. Ecco subito che quella melodia prende a fluire e «ci si stupisce», per dirla con parole sue, «che questo termine, sentimentale, non sia stato prima applicato necessariamente a ogni iniziativa volta a visitare e conoscere Venezia.»

Guida sentimentale di Venezia. Tutti i libri su Venezia. Cronache LetterarieÈ una peculiarità tutta veneziana quella d’essere al centro di tante guide sui generis. Comunemente le guide alle città cercano anzitutto d’essere utili, velocemente consultabili, esaustive nei fatti e nei luoghi. Venezia sembra invece invitare alla divagazione, al contrappunto tra immagini e pensieri, tra tangibilità e stati d’animo. È una sensazione nota a chi si avventura durante le serate nebbiose attraverso l’intrico di ponti che si snodano qua e là. La cortina d’umidità rende i suoni ovattati, ci si aspetta quasi di veder spuntare dalle pietre qua un patrizio con la bautta, là una monaca galante «dall’abito di cambellotto bianco e il busto ben isteccato» fare silenzioso rientro al convento prima dell’alba. Si percorre un campiello e girando l’angolo lo sguardo viene richiamato dalle bifore illuminate di un anacronistico palazzo merlettato. In lontananza il suono di un oboe e una voce lirica, sottile. A Venezia ogni cosa rimanda ad altro e quella che altrove sarebbe una passeggiata comune qui ha il sapore e i colori di Bisanzio e Trebisonda, dell’India e del Catai, di mercati orientali e galee cariche di merci esotiche, di cortigiane letterate e galeotti, di notti stellate lungo la Via della Seta, di oro e amaranto.

Perdersi a Venezia

Divagare vagando, si diceva. È quello che fanno per l’appunto René Huyghe e Marcel Brion nel loro Perdersi in Venezia, una guida verso la luce: perdersi tra le pietre e «gli echi di una musica spenta». Perdersi per ritrovarsi.

Percorsi interiori sono anche quelli di Iosif Brodskij, nel classico Fondamenta degli incurabili, per il quale parlare di Venezia significa parlare di tutto, e in particolare della letteratura, del tempo, della forma e dell’occhio che la guarda. A proposito di innamorati, Brodskij, originario di San Pietroburgo, lo era al punto da chiedere d’essere sepolto proprio tra le braccia della laguna, nel cimitero di San Michele.

A rinfoltire le fila degli spasimanti arriva, più recentemente, Predrag Matvejević, scrittore jugoslavo conosciuto soprattutto per il saggio del 1987 Breviario Mediterraneo. È suo L’altra Venezia, una volta di più percorsi erratici tra canali e maree come moti d’animo, questa volta non soltanto all’interno dei Sestieri ma anche sulle isole meno note e disabitate, dove i gabbiani e gli aironi si posano quieti sulle barene.

C’è poi il prezioso e davvero imperdibile omaggio tratteggiato, è il caso di dire, da Hugo Pratt con la collaborazione di Guido Fuga e Lele Vianello: Corto Sconto – Itinerari fantastici e nascosti di Corto Maltese a Venezia.
Corto Sconto. Tutti i libri su Venezia. Cronache LetterarieSette itinerari fantastici e nascosti ripercorrendo le orme di Corto Maltese, sette “porte” da attraversare per raggiungere luoghi essenziali e invisibili agli occhi, direbbe Saint-Exupéry, raccontati con più di cinquecento disegni e consigli per affrancarsi dalle torme di turisti e avventurarsi nel mistero. «Ci sono a Venezia tre luoghi magici e nascosti. Uno in calle dell’Amor degli Amici; un secondo vicino al ponte delle Maravegie; il terzo in calle dei Marrani, nei pressi di San Geremia nel Ghetto Vecchio. Quando i veneziani sono stanchi delle autorità costituite vanno in questi tre luoghi segreti e, aprendo le porte che stanno nel fondo di quelle corti, se ne vanno per sempre in posti bellissimi e in altre storie.»

E a proposito di mistero, altrettanto ben nutrita è la schiera dei volumi che rievocano gli avvenimenti e le leggende più inquietanti di casa alla Serenissima, come Leggende veneziane e storie di fantasmi in cui Alberto Toso Fei fornisce una chiave di lettura ai luoghi alternativa a quelle melanconiche e struggenti. Simboli alchemici, codici arcani, massoneria e raccapriccianti accadimenti lagunari sono i protagonisti delle sue pagine.
Suo è anche Veneziaenigma, una raccolta solo in apparenza disordinata di cronache, usi e costumi e antichi sfarzi veneziani che ci rammenta, ad esempio, come la Serenissima sia stata «sede di stamperie già pochissimi anni dopo l’invenzione dei caratteri mobili di Giovanni Gutemberg. Tra i suoi stampatori la città può vantare Aldo Manuzio, editore che utilizzò per primo un carattere che nel mondo ancora tutti usano, il corsivo, una versione elegantemente inclinata del carattere romano allora in voga e che in tutti i computer del mondo è tuttora conosciuta come italico.»

Una pagina dei “Diarii” di Marin Sanudo

Nello stesso volume si discorre di quella Venezia che per secoli è stata l’epicentro del sottile linguaggio della seduzione e di come molte delle mode e delle usanze nate nella Repubblica si siano poi estese in tutta Europa. «Nei pressi di campo San Giovanni e Paolo, in Barbaria de la Tole, vi è Calle de le Moschete. Esisteva qui, come in altri luoghi della città, un posto dove si fabbricavano e venivano smerciati i piccoli e vezzosi nèi finti in taffetà nero dei quali le veneziane facevano sfoggio sul viso o sul seno, e che venivano chiamati appunto mosche, o moschete. Erano perlopiù rotondi, ma anche a forma di cuore, di mezzaluna, di stella. Alla pari dei fiori, anche i nèi avevano nomi diversi e un loro proprio linguaggio, spesso malizioso, a seconda del punto in cui venivano sistemati secondo regole assai precise. Vicino alla bocca significavano voluttà (e venivano chiamate Civette); sulla gola erano segno di galanteria (Galante era infatti il nome di questa moscheta); sul naso esprimevano sfrontatezza (da cui la Sfrontata), mentre sull’angolo degli occhi passione (l’Appassionata, da non confondersi con l’Irresistibile, che stava un po’ piu discosta, ma sempre accanto all’occhio).»

E ancora, nei celeberrimi e ponderosi Diarii di Marin Sanudo, senatore della Serenissima e appassionato memorialista della vita veneziana vissuto nel XVI secolo, troveremo una fonte inesauribile di curiosità sui natali veneziani di cipria, orecchini a pendente (per quel tempo novità tale da destare grande scalpore), ventagli, scarpe alte (pare fino a cinquanta centimetri, costringevano le sacrificande a camminare appoggiandosi alle cameriere), la tinta dei capelli (ottenuta stando esposte per ore a testa in giù su un’altana con le chiome spalmate delle più suggestive preparazioni casalinghe), e naturalmente le maschere (usanza permessa in laguna fin dal Duecento, tanto da richiedere vigilanza, dal momento che si prestava a frodi e abusi).

Già, la Venezia libertina. Molto prima che le corti reali francesi del ‘700 facessero scuola di scandalo, libertini e avventurieri trovarono nella Serenissima una culla fertile di promesse già a partire dal ‘500. Ce lo raccontano in tanti, ad esempio Claudio dall’Orso in Venezia libertina – Luoghi della memoria erotica. Come anticipa lo stesso sottotitolo: sette itinerari malandrini fra storia, cronaca, tradizione e letteratura. Dall’Orso racconta, tra l’altro, di quelli che allora erano i luoghi del peccato per eccellenza, i conventi.

«Nella maggioranza dei casi, l’entrata in convento veniva imposta con l’obiettivo di conservare il patrimonio familare da trasmettere integro al figlio maschio di casa autorizzato a contrarre matrimonio. Spesso, però, entravano aspiranti novizie da correggere perché conducevano un’esistenza giudicata ribelle o troppo vivace dagli allarmati genitori e parenti. Figurarsi la frustrazione di queste giovani, obbligate a prendere i voti e a vivere ufficialmente in castità. Consigliate, esortate o magari anche forzate dai loro padri spirituali, si rassegnavano a diventare delle spose di Cristo…propense all’adulterio, cercando in qualsiasi modo di rifarsi del tempo passato nelle preghiere. E visto che i visitatori uomini potevano entrare nei parlatori, come non capirle se rispondevano affermativamente, pure con mille moine e litanie, alla corte serrata dei galanti zerbinotti nobili?»  Continua a settembre…

Fine della prima parte
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Mi materializzo nel sempre più lontano 1972 all’ombra del Vesuvio e cresco tra sud e nord, divenendo infine l’ultimo degli apolidi. Di formazione scientifica, un bel giorno vedo le vie che mi conducono a guadagnarmi da vivere, bisticciare con le mie passioni, così pur occupandomi di numeri continuo ad amare le parole, il cinema, il teatro… e la pizza! Vivo e lavoro a Roma e sono sempre più convinto che la vita sia un viaggio di ritorno.

  1. Grazie per l’articolo davvero stimolante! Vi propongo un modo diverso di guardare Venezia. Guardatela come un monumento alle straordinarie, anzi mirabolanti capacità tecniche, ingegneristiche, architettoniche e lavorative dei Veneti e dei popoli italici, tutti. Venezia con la sua stessa presenza fisica e la sua straordinaria storia di manifatture e commerci in tutto il mondo sta lì a ricordarci che l’Italia potrebbe essere la locomotiva d’Europa e un faro di civiltà per il mondo intero, se non fosse che da noi vivono tante persone, che ritengono l’amore della propria patria (cioè della propria casa) un delitto ideologico e che guardano a chi ha avuto grande successo tramite il proprio lavoro con molta invidia, sospetto, diffidenza…, per non dire odio aperto.

    1. Concordo con te Vincenzo, quello urbanistico è un modo di guardare Venezia, e alle volitive capacità di chi ne ha fatto la storia, che apre a mille considerazioni. Certo i tempi attuali sono probabilmente complessi e gli equilibri economici gracili ma, come ricordi tu, Venezia è lì davanti ai nostri occhi, secolo dopo secolo, a dimostrazione imperitura che anche ciò che sembra impossibile “si può fare”.

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