Cappotto rosso e catene d’acciaio

“Questa pizza è orribile!”
“L’abbiamo anche pagata un sacco!”
“La prossima volta andiamo da Pascucci.”
“Assolutamente!”

Do un morso al mio trancio di margherita e getto un’occhiata a Sofia, che mi sembra abbastanza disgustata. Ale e Fede, invece, pare si stiano godendo molto il pranzo, anche Carlotta non ha l’aria d’esser particolarmente contrariata. Simona non fa testo: lei ha preso solo un latte macchiato.

Illustrazione di un racconto di Martina MorantiAbbiamo deciso di riunirci per un pranzo veloce prima del corso d’inglese pomeridiano. L’idea è stata di Simo, ha detto che aveva voglia di passare un po’ di tempo con noi; è stata proprio lei a consigliarci questo bar-tavola calda, in modo da poter far due chiacchiere e riempirci la pancia. È un bene che abbia optato per un posto con un gazebo esterno, visto il tempaccio che c’è fuori. Vedo le gocce d’acqua che scorrono sulla plastica trasparente della tendina. Ci sono diverse persone, su dieci tavoli almeno otto saranno occupati, e mi diverto ad osservare la gente che vi siede.

Proprio accanto a noi c’è una signora, sola, ben stretta nella sua sciarpa e con ancora il cappello in testa, sicuramente infreddolita, nonostante qui dentro ci sia una stufetta che dona un piacevole tepore. Non sembra stia aspettando qualcuno, probabilmente sarà in pausa pranzo e tra poco andrà via. Al tavolo di fianco al suo, solo anche lui, c’è un ragazzo con un cappotto rosso, riesco a percepire il suo nervosismo dal modo in cui tamburella le dita sul metallo freddo del tavolino e da come muove su e giù la gamba. Di tanto in tanto getta un’occhiata al telefono e sbuffa. Sta sicuramente aspettando qualcuno, e quel qualcuno deve essere parecchio in ritardo. Chissà, magari deve incontrarsi con una ragazza…

Ai tavoli dietro invece ci sono dei signori in completo, hanno tutti l’aria di lavorare in qualche importante ufficio, con le loro giacche e la postura sciolta ma composta. Mi chiedo cosa facciano in questo bar. Conversano rilassati, sorseggiando amabilmente le loro Heineken e ridono leggeri, si divertono, mantenendo comunque un aspetto impeccabile e curato.

“Sai che non è carino fissare le persone?” Mi rimprovera Simona.
“Non fissavo nessuno! Stavo semplicemente“.
“Lo so, lo so: stavi osservando. Lo fai spesso, a volte credo tu neanche te ne renda conto.” Non lo dice in modo duro: è una semplice constatazione. Sa che mi piace guardarmi intorno, analizzare l’ambiente e le persone che mi circondano.
“Essere impicciona è nella mia natura.”
“Prima o poi ti denunceranno per stalking!” Ecco il commento di Ale, che non manca mai di prendermi in giro.
“Simpaticissima!” Le dico mentre le tiro una briciola.
“Dai! Non fare la scema!” Vorrebbe mantenere un’espressione seria, ma le riesce difficile. Questi momenti un po’ infantili divertono anche lei, infatti ridacchia piano.

Torno a mangiare, con ancora l’ombra d’un sorriso sul volto.
Stiamo tutte prestando attenzione al cibo, chi più, chi meno, quando sentiamo una voce prepotente, ed io quasi salto dalla sedia.

“Era ora! Ti aspetto da venti minuti!”

Ci giriamo verso un ragazzo dai capelli scuri, quello con l’impermeabile rosso che stavo guardando prima, intento a sgridare quella che suppongo essere la fidanzata, trafelata e ancora con il casco in mano. Cerco d’inquadrare la situazione: è da un po’ che fuori piove, ci sarà stato tantissimo traffico e avrà impiegato molto tempo ad arrivare, nonostante l’agevolazione del motorino.

“Questa è praticamente una proiezione della mia futura relazione: io che faccio aspettare il mio fidanzato!”

Ridiamo alla battuta di Fede, battuta in cui mi rispecchio in pieno, visto quanto sono ritardataria. I miei amici non mi sopportano, Fede, invece, riuscirebbe a farsi perdonare tutto con quegli occhioni blu.

“Il mio ragazzo non ci deve neanche pensare di ritardare più d’un quarto d’ora!” Altra risata generale, perché Simo è fatta così: a vederla sembra una bambola, con quegli occhi verde smeraldo ed i capelli biondissimi, quando in realtà è una ragazza veramente tosta, che non si fa mettere i piedi in testa, qualità che apprezzo molto. Nonostante questo suo carattere determinato, nasconde una grande sensibilità ed empatia, altro motivo per cui siamo così amiche.

Sorseggio un po’ d’acqua, quando Carlotta, seduta a capotavola alla mia destra, prende a gesticolare. Non capisco cosa stia facendo e le lancio uno sguardo interrogativo. Gesticola ancora, ma nessuna di noi la capisce e Simo non manca di farglielo notare.

“Ma che stai facendo?”
Carlotta le fa segno di abbassare la voce.
“Lui… lui le ha tirato i capelli.” Sussurra intimorita.
“Ma chi?”
“Il ragazzo a quel tavolo, le ha tirato i capelli. Sì, ha tirato i capelli alla ragazza!”
Spalanco gli occhi. Ci guardiamo tra di noi, indecise su cosa dire. Ci giriamo a guardali, mentre Sofia interviene.
“Lo avrà fatto per scherzare, come fa Gabriele con Selene, no? Senza forza!”
“Non ne sono sicura…”

Decidiamo di non dar troppo peso all’accaduto, convinte che Carlotta abbia frainteso. Riprendiamo la nostra chiacchierata, protagonista indiscussa la pizza che stiamo addentando.

“A me piace!”
“Io la detesto!” Ribatto.
“Anch’io! C’è troppa mozzarella!” Mi dà man forte Sofi.
“È il motivo per cui mi piace!” Esclama Fede.

Ma quando mi giro a guardarla i miei occhi catturano un’immagine del tavolo accanto, un’immagine che fatico a concretizzare nel mio cervello, perché mi sembra impossibile. Vedo una mano dalle dita lunghe e callose scattare verso delle ciocche biondicce ed aggrapparcisi con forza, per poi strattonare senza alcuna delicatezza verso il basso, quasi volesse strapparle. Alzo lo sguardo sul volto sofferente di lei, poi su quello furente di lui.

Sento le gambe tremare.

“Ma avete visto?!” Pronuncio scandalizzata.
“Cosa?”
“Le ha tirato i capelli, ma forte. Tanto forte.”
“Ve l’avevo detto…” Fa Carlotta. Aveva ragione.
“Non ci ho fatto caso…” Dice Simo.
“Io si purtroppo.” Ho uno sguardo sconvolto, gli occhi spalancati.
“Che facciamo? Chiamiamo qualcuno?” Ci domanda Fede. Le rispondo subito di si.
“No dai, facciamoci gli affari nostri” Dice invece Sofi.
“Esatto, saranno cose loro.” La asseconda Ale.
“Ma scherzate?! Le ha tirato i capelli, io lo direi a qualcuno…”
Vorrei dirgli qualcosa io, ma se tratta così la sua ragazza, non immagino cosa potrebbe fare a me.
“Aspettiamo, ok?”
Annuisco, poco convinta.

Mi fa male lo stomaco per la situazione, sento come se qualcuno mi stesse afferrando le viscere. Le mie gambe sono impazzite e mi tremano le spalle, proprio come le mani di Fede. Vedo che cerca di contenersi, ma non ci riesce. Simo ha uno sguardo impassibile e gioca con il cucchiaino del suo latte macchiato, ma io la conosco, so che dentro sta andando a fuoco.

Lascio la pizza nel vassoio, perché l’idea di mangiarla adesso mi nausea.

“Vado a buttare.” Annuncio. Devo alzarmi, fare qualcosa, o scoppierò. Perciò raccolgo fazzoletti e vassoi e mi dirigo al secchio per gettare il tutto. Sbuffo e mi passo una mano tra i capelli in un chiaro gesto di nervosismo. Mi tornano in mente le mani di lui nei capelli di lei. A malapena ricordo la sensazione che dà sentirsi tirare i capelli, l’ultima volta che qualcuno l’ha fatto a me avrò avuto sei anni, sarà stato qualche bambino. Mi ricordo solo che ti fa sentire come se non fossi in grado di respirare e fa venir voglia di piangere.

Come può una persona essere così aggressiva, così priva d’umanità? Una persona del genere può essere davvero considerata una persona?

Vorrei intervenire, ma le conseguenze potrebbero essere pesanti. Vorrei alzarmi in piedi, fronteggiarlo e fare uno sproloquio su come queste azioni lo rendano tutto meno che un uomo. Dura, a voce alta. Ma se lo facessi, lui come reagirebbe? Chi mi dice che non finirò con un labbro spaccato o un occhio nero? Cosa posso io, sedici anni e statura minuta, contro di lui, così povero nei modi e per questo pericoloso?

Mi sento inutile, è come se avessi una pistola per sparare davanti a me, ma avessi le mani legate. È una sensazione che mi sta corrodendo e tremo per la frustrazione. É così sbagliato che mi mozza il fiato.
Ne vale la pena? Intervenire, rischiando di farsi- letteralmente- male? Qui, in un luogo pubblico, avrebbe davvero l’indecenza di mettere le mani su una ragazzina?
Ma se alla sua fidanzata si, perché a me no?
Mi mordo l’interno della guancia, finché non sento il sangue mischiarsi con la saliva.
Sbircio la sala e solo adesso realizzo che nessuna delle persone adulte che ho visto prima si è premurata di intervenire.

Capisco che la discussione riguardi la coppia, ma non si può sorvolare su una scena del genere: non mettere il naso negli affari altrui non equivale a chiudere un occhio davanti alla violenza. Quel gruppo di impiegati che prima guardavo con un barlume di rispetto negli occhi adesso mi fa sentire contrariata. I loro completi costosi e le cravatte scure perdono valore e mi chiedo perché stiano lì fermi mentre continuano a parlare, a ridere e a bere, come se niente fosse accaduto. Sembra che chiunque qui stia indossando il paraocchi. Io e le mie amiche non abbiamo detto nulla per paura, non per indifferenza. Mi viene difficile credere che questo sia un sentimento condiviso da tutti i presenti, proprietario del bar compreso.

Guardo il volto del ragazzo che solo dieci minuti fa avrei definito affascinante, ma che in un attimo sembra aver perso tutta la sua bellezza, quasi vi si fosse sostituita la maschera d’un mostro.
E mi viene da pensare che se qui, in mezzo alla gente, la tratta in questo modo, chissà cosa le potrà fare quando sono da soli.

Mi giro e, mentre torno al mio posto, non posso far a meno di sbirciare la situazione al tavolo degli innamorati. Continuo a guardarli mentre mi siedo e mi sento male dentro. È come se stessi guardando la scena a rallentatore, i miei occhi ne sono calamitati, vi si aggrappano con disperazione. Quelle mani violente vanno alla lampo del cappotto per slacciarlo. Se lo sfila velocemente, tutte e due le maniche nello stesso momento. Lo appallottola. Lo stringe. Lo tira in faccia alla ragazza.

Le tira il cappotto in pieno viso, senza la minima esitazione, rude come un vichingo, poi le getta il telefono sul pavimento ed io credo d’aver smesso di respirare. Stringo le mani ed è come se il mio petto fosse sul punto d’esplodere. So di essere rossa, provo tanta di quella rabbia!
Non posso restare ferma, non posso restare zitta. Va contro il mio essere.
Faccio per parlare, ma qualcuno mi precede.

“Ma che cazzo fai?”

No: non è un adulto, una persona matura resasi conto della gravità del gesto, qualcuno che tenti di fermare il ragazzo: è Simona. Probabilmente la persona più coraggiosa presente in questo bar, una studentessa di appena sedici anni, talmente provata da non potersi trattenere dall’intervenire, anche con una certa veemenza.

“Come?” Si gira il grand’uomo.
“Che cazzo fai?” Ripete Simona, accompagnando il tutto con un movimento della mano.
“Ma che vuoi?!” Le fa lui.
“Ma ti pare normale tirarle i capelli? Che razza di comportamento è?”

Noi siamo ammutolite. Tutta la sala è ammutolita. Nessuno si preoccupa di dare una mano alla mia amica. Sembra che i presenti stiano a teatro, incapaci di dire una sola parola in difesa della ragazza. La guardano, la ascoltano, parlottano tra di loro, probabilmente commentano se sia giusto o sbagliato quello che sta facendo, ma nessuno interviene. Restare in disparte è più facile. Si può essere così vigliacchi? Ci sono persone dell’età dei miei genitori che non muovono un muscolo.

“Ti prego, dimmi che adesso uscirà fuori un tipo con una telecamera e ci dirà che era uno scherzo e che siamo state brave ad intervenire:” Sussurra Fede. La guardo sconsolata: sappiamo entrambe che non accadrà nulla del genere.
“Fatti gli affari tuoi!” Sentiamo tuonare dall’oggetto della nostra rabbia.
“Non mi faccio gli affari miei! Le tiri la giacca addosso, le butti il telefono per terra, ma non ti vergogni?”
“Ma che vuoi?! Sono affari nostri! Non sai le cose e parli! Che vuoi?”
“Voglio che la smetti! Che modi sono?!”

E vorrei poter dire che improvvisamente l’espressione del ragazzo muta, che diventa consapevole, dispiaciuta. Invece il suo sguardo sembra ancora più imbestialito. Non posso far altro che continuare a mettere in discussione la sua umanità.

“Ripeto: fatti gli affari tuoi! Stanne fuori, ragazzina!”

E la vedo Simo, pronta a rispondere, a non mollare la presa, con gli occhi che sembrano due fiamme. Noi siamo qui per darle man forte, sostenerla e difenderla. Siamo arrabbiate, offese e vogliamo farci sentire.

“Amore lascia perdere.”

Tutto ci saremmo aspettate, ma non questo. Non quella voce sottile, la voce di lei, venire in soccorso di lui. Ed è come se l’incantesimo si spezzasse. La magia muore e Simona si spegne, quasi non avesse neanche la forza di emettere un fiato. Vedo il suo coraggio frantumarsi, l’espressione furiosa diventare di ghiaccio. Ha gli occhi lucidi per la frustrazione. Sembra che stia per piangere. Tira fuori sigaretta ed accendino, sono consapevole questo sia il suo modo per scaricarsi.
La nostra forza si sgretola sotto il peso di tre parole, affilate come i denti d’un giaguaro.
Siamo tutte afflitte.

“Amore lascia perdere”.

Siamo noi a lasciar perdere, incapaci di comprendere che tipo di violenza psicologica quell’incivile applichi sulla ragazza. Perché per avere un simile atteggiamento, lui non può che averle legato la mente con catene di solido acciaio.
D’improvviso lui si alza, esce a passo spedito e sparisce dietro un angolo. Lei sembra disperata. Mi rendo conto adesso di quanto sia giovane, non avrà più di diciassette anni.
Potrei essere io tra un anno.

Compone un numero, avvicina il telefono all’orecchio. Nessuno le risponde. Sembra indecisa, spaventata. Si alza, viene verso di noi. Sembra stia per dire qualcosa, schiude le labbra. Ci guardiamo: siamo pronte. Pronte ad ascoltarla, a supportarla, a tenderle una mano e dirle di non preoccuparsi per aver difeso il suo fidanzato, che possiamo capire la complessità della situazione. Siamo pronte. Ma lei non parla, non si ferma, ci sorpassa e va dritta verso la strada, ad inseguire quell’amore malato. Lei non è pronta.
kl
kl

Yassine El Idrissi, che ha realizzato l’illustrazione, è uno studente di grafica e comunicazione visiva che si esprime attraverso la fotografia, il disegno a mano e digitale.

 

Mi chiamo Martina Moranti, sono una studentessa di sedici anni amante della lettura e ancor più della scrittura, motivo per cui ho deciso di inviare il mio racconto. È tratto da un’esperienza realmente vissuta, ho sentito l’esigenza di riportarla nero su bianco per quanto mi ha colpita, credo sia un argomento attuale e di cui noi ragazzi dovremmo parlare di più. È sotto le 15.000 battute, spero possa piacere!

Lascia un commento

*