Berta Isla di Javier Marías

Berta Isla di Javier Marías, libro dell’anno in Spagna, da molti è considerato il suo capolavoro, superando persino Domani nella battaglia pensa a me.

Sullo sfondo di una Spagna in cui si consuma l’interminabile fine del Franchismo, tra minacce golpiste, attivismo dell’Eta, omicidi di stato dei temibili “Sociales” (il corpo di polizia franchista) alimentati dal vento del Maggio francese e dal radicato perbenismo borghese filo-monarchico, si accende, con “ardente, precoce e risoluta passione”, l’amore di una vita, “definizione che si dispensa assai spesso ad un prescelto quando questa [la vita] non ha fatto che cominciare e non si ha la minima idea di quanti amori potrà albergare né di quanto potrà essere lunga”.

Tomás Nevison – padre inglese, madre spagnola -, occhi inquieti ed inquietanti, ironico, brillante, impenetrabile, fascinoso come un pilota anni ’40, o un musicista, o un attore alla Gérard Philipe, miracolosamente versato nelle lingue è destinato a sicuro successo in finanza, o in diplomazia, in politica, o nella carriera universitaria. Di lui si innamora al liceo, con la cieca, primitiva cocciutaggine di una passione “elementare e arbitraria, estetizzante e presuntuosa”, Berta Isla, ovvero la protagonista dell’ultimo, omonimo romanzo di Javier Marías.

Madrilena da cinque generazioni, di una “bellezza mora, temperata, dolce e imperfetta”, non abbagliante ma capace di turbare, sprigiona tutto il magnetismo di un’allegria spontanea, impaziente, anche sfacciata. Allegria che è capace di convertirsi repentinamente in tristezza o rabbia e, comunque di convivere con un carattere risoluto e coraggioso che la condannerà ad “insediarsi indefinitamente nell’attesa” di un uomo tenacemente desiderato. Mentre lui è incomprensibilmente spinto a trascorrere un’esistenza “itinerante, logora, clandestina, finta, vicaria, usurpata, ingannevole, confinata… defunta”. Vera, moderna Penelope, è impossibile per lei “chiudere definitivamente con ciò che non sarà mai limpido né sgombro, ma sempre oscuro e fumoso”.

Durante il lungo fidanzamento è La musica del caso (Paul Auster), più che una consuetudine diffusa nei contesti sociali altolocati anni ’60, che induce Berta a vivere il primo rapporto fisico con il mai dimenticato, candido, non sfuggente né mortificato banderillero Esteban Yanes, così come induce Tomás – talentuoso studente ad Oxford – ad incontrare chi, meno seducente di Calipso, suonerà sullo spartito del suo destino come una tragica, inattesa stonatura. Il giovane è troppo versatile nell’imitare gli altri (sorta di Zelig che rinvia al Jean-Claude Romand de L’avversario di Carrère), per non attirare l’attenzione dei Servizi di Intelligence britannici, ed è troppo ingenuo per non illudersi che “il segreto sia una forma suprema di intervento nel mondo” perché una realtà priva di tenebre è destinata a sparire per sempre, mentre chi agisce nell’ombra “lo turba e lo pungola il mondo”.

Di fronte ad un evento che rimanda palesemente a Domani nella battaglia pensa a me (non è l’unica affinità), alla fine troppo impaurito, Tomás non può fare a meno di comprendere che i servizi segreti sono “una convenzione che si accetta come si accettano senza obiezioni gli accidenti, le malattie, le catastrofi, le fortune”. Si accettano come le disgrazie, soprattutto quando si vuole evitarle anche a costo di perdere la propria donna, nell’istante stesso (1974) in cui la sposerà e pur amandola quasi quanto lei ama lui.

Mi fermo qui negli accenni al plot narrativo cercando, semmai, di evidenziare perché Berta Isla è, probabilmente, il miglior romanzo di un autore straordinario e molto amato. I temi programmatici della sua poetica, da Un cuore così bianco a Gli innamoramenti compaiono tutti: il tempo, che scorre inesorabile anche quando crediamo ci attenda, agisce sulla nostra coscienza desta o dormiente, consuma, snatura e deforma i volti, (con)fonde luoghi ed oggetti e sancisce l’illusorietà dei rapporti sentimentali.

“Tutto ciò che prova l’amato appartiene al campo dell’immaginazione. Non lo si può mai sapere con certezza […] non si può sapere neppure se le dichiarazioni più ardenti siano verità o convenzione, se siano sentite o siano quello che l’altro crede di provare o è disposto a dire”.

C’è il potere ipnotico del sogno, quello devastante del caso, l’attesa come ineluttabile condizione di sopravvivenza:

“Quando si aspetta per troppo tempo si scopre di essere ormai abituati ad aspettare: forse è meglio che tutto rimanga incerto e fluttuante per coltivare la speranza che la nostra esistenza possa tornare ad essere come vorremmo, o avremmo voluto, fosse”.

Il mistero, per lo scrittore, costituisce il nostro status naturale: “non sapere nulla, muoversi a tentoni, essere ingannati e, ancor più, mentire”. Questo archetipo è talmente ossessivo che azzardiamo l’ipotesi sia, per Marías, necessario in amore e non ne costituisca un limite: per alimentarne l’intensità, salvarne il fascino, mettere in fuga la stanchezza della perfezione e far sì che il legame non divenga “un baule o un secchio della spazzatura o un mobile”. Mentre, però, lo sviluppo di queste tematiche, nelle precedenti opere, era affidato per lo più alle monologanti riflessioni introspettive dei singoli personaggi, rese attraverso uno stile “vertiginoso e ricco” e non esente da un certo “narcisismo” (come ha ben sottolineato Mario Fortunato). Uno stile a tratti criptico e involuto, a detta di molti lettori che ora non hanno più alibi perché qui viene tradotto in una avvincente e ben congegnata struttura noir con una sola pecca: trovatela!

Del resto nessuno esige il rigore del giallista, ci mancherebbe… anche la sceneggiatura de La donna che visse due volte faceva acqua e non cito a caso il gioiello di Hitchcock.
Inoltre il romanzo assume un respiro storico del tutto inedito. Così la vicenda dello struggente “innamoramento in assenza” della protagonista viene scandita dagli accadimenti dell’ultimo trentennio del XX secolo: il contraddittorio post-franchismo del “macellaio di Malaga” Arias Navarro e di Adolfo Suarez (nomina regia), l’era pre-thatcheriana di Callaghan, Wilson e Heath, la sanguinosa questione irlandese con il “Bloody Sunday” di Londonderry del 1972 e “L’uccisione dei Caporali” a Belfast nel 1978, la “piccola guerra” delle Falkland e quella immane del Vietnam, lo scandalo Watergate e la caduta del Muro dello scandalo.

Ma viene scandito anche dai risvolti culturali, dalle icone filmiche, dai miti musicali degli intensi anni ’80 – Beckett e Cassavetes venerati entrambi – nonché dalla persistente presenza di scrittori e testi evidentemente cari all’autore: Melville, Faulkner, i classici della “Letteratura del ritorno” Il Colonnello Chabert di Balzac, Il ritorno di Martin Guerre (un famoso caso di furto di identità che risale al Seicento, che ha avuto varie trasposizioni storiche), Dumas e il più autorevole, Omero… (lo strano caso di Mattia Pascal lo aggiungiamo noi d’ufficio alla lista) con Eliot e Shakespeare a svolgere il ruolo di virtuale coro che lega gli snodi dell’intreccio.
Stavolta non Riccardo III (come in Domani nella battaglia…) ma l’Enrico V che, travestito, si infiltra fra i suoi soldati per spiarne umori e pensieri. Non mi meraviglierei se avesse pensato prima al riferimento che alla struttura della trama… grandezza del Bardo.

In conclusione un’osservazione sullo stile che – come ben sa chi lo conosce – è spesso aforistico (ho riportato molte citazioni testuali che assumono valenza assoluta… imbattibili quelle sull’amore), sontuoso, ipotattico (che fa largo uso di proposizioni subordinate).

Il narratore è “esterno onnisciente”: in Berta Isla compare una felice definizione di questa funzione narratologica, brillantemente legata al ruolo dell’agente segreto.

“Non ha nome e non è un personaggio, viene creduto e ci si fida di lui. Si ignora perché sa quello che sa, perché omette quello che omette e come mai ha il potere di determinare il destino di tutte le sue creature, c’è ma non esiste, è evidente che esiste ma è introvabile, è indiscernibile e neppure l’autore, che se ne sta a casa sua, può spiegare come mai sa quello che sa”.

O alternativamente il narratore è interno, per cui la protagonista riporta solo il poco che sa. Mentre alcune scene vengono descritte, come ne L’amante di Yehoshua – maestro in questo – da entrambe le ottiche, spesso assai diverse.
Carver o Franzen, De Lillo o Kent Haruf non spenderebbero due righe per descrivere capelli e occhi di un personaggio: secondo gli esponenti della narrativa americana sono i fatti narrati a determinarne l’aspetto anche fisico, oltre che psicologico. Marías vi indugia con una raffinatezza unica, che accresce il piacere della lettura.
Anche questo fa di Berta Isla (insieme a Giuda di Amos Oz) uno degli esiti letterari più interessanti ed intriganti degli ultimi anni. Già un classico.

Formatosi alla scuola storico-critica di Walter Binni – di cui è stato allievo e con il quale ha collaborato negli anni conclusivi del suo magistero accademico alla Sapienza di Roma – affianca all’impegno di docente di Lingua e Letteratura italiana presso i Licei, l’attività di critico letterario e saggista, con interessi rivolti alla lirica novecentesca e al romanzo post-moderno.

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