MEME.
Perché piacciono così tanto

Parlando di internet e cultura digitale, doveva arrivare per forza di cose il momento in cui affrontare la piaga più dilagante tra le pagine virtuali dei nostri social media: l’ironia.

Certo, piaga è forse un termine eccessivo. Dovremo dire meglio che l’ironia rappresenta, nello stesso tempo, Croce e Delizia dei nostri safari digitali. Croce perché spesso ci immobilizza; delizia perché non di rado ci fa scoprire qualcosa che non sapevamo, o a cui non avevamo mai dedicato attenzione.

Prìncipi indiscussi di questo regno ironico sono i cosiddetti MEME. Celeberrimi pattern formati da immagini e parole: niente di più semplice e al contempo niente di così dirompente. Dagli albori della cultura ‘memetica’ dell’internet 2.0 ai layers attuali, i meme sono diventati i veri protagonisti dei salotti social. Perché?

Per rispondere mi avvarrò, come spesso faccio, di un interessante libro uscito l’anno scorso, La guerra dei meme, scritto da Alessandro Lolli ed edito da Effequ. Egli suggerisce di rispondere ai meme, in primo luogo perché viviamo in una società postironica, dove tutto è scherzo, replica, boutade, risposta all’attacco, stilettata.

Ma, in termini pratici, che cosa significa ?

Il buon Lolli non lesina lezioni. Esperto di cultura memetica, ci conduce in un viaggio frastagliato, divertente, ma anche dannatamente serio e attuale.

La storia ha inizio, secondo l’autore laziale, con il celebre saggio del biologo Clinton Richard Dawkins, Il gene egoista In questo testo rivoluzionario del 1976, lo scienziato inglese modifica la tesi darwiniana della selezione naturale ed afferma che non sia più la specie, ma i geni, a guidare l’evoluzione del genere umano. Noi individui senzienti saremmo soltanto gli involucri, gli strumenti di un cammino perpetuo di geni.

Il biologo britannico, tuttavia, non si ferma qui e scrive che tutto il nostro patrimonio culturale non sarebbe altro che la replica di un numero finito di “pattern”, copiati e incollati di volta in volta, in occasioni e contesti diversi. Questo vi suona familiare? Sì, in pratica è la definizione che prima abbiamo dato dei meme: dei pattern fatti di immagini e parole che non fanno che replicarsi.

E proprio Dawkins, infatti, è il creatore di questo neologismo. Il meme è un’entità minima e replicabile di informazioni. E’ la cellula prima da cui si diramano all’infinito  tutte le propaggini culturali del nostro mondo. Lo studio di tale processo va sotto il nome (poco originale a dire il vero) di memetica, il cui modesto intento è proprio quello di “spiegare la cultura”.

Da allora (fine anni Settanta) il meme e l’omonimo nome hanno vissuto una storia di alti e bassi, con più ombre che luci, dato che la memetica, ossia lo studio materialista della cultura, non ha mai effettivamente sfondato fino all’avvento dei social media. Qui il meme ha trovato l’habitat ideale, facendo breccia tra i cuori e le menti di tanti surfisti del web.

Il meme è diventato, tra le altre cose, strumento politico par ecxellence. E’ successo nel caso di Lega e Cinque Stelle, più smaliziati nell’uso dell’ironia social, al contrario del PD che, ancora ancorato a rigidi schemi novecenteschi, si trova in goffo imbarazzo nell’utilizzare nuove strategie di comunicazione digitale.

L’analisi di Lolli è dunque doppiamente utile perché prospetticamente privilegiata: in quanto esperto prosumer (se non vi ricordate il significato, ne ho parlato qui), ci offre una seria disamina di questa nuova realtà ludico-politico-virtuale. Perché, come recita la prefazione al testo lolliano di Raffaele Alberto Ventura (in arte e sui social, Eschaton):

“Il mondo è cambiato troppo in fretta, le lingue si sono rimescolate come a Babele. [..] E un meme ci seppellirà”

E voi, siete d’accordo?

Venuto involontariamente al mondo nel 1990, inquieto per natura, mi definisco un “Umanista 4.0”. Laureato in Storia e Filosofia, ora mi occupo di scienza a 360 gradi, con una particolare passione per la Robotica e l’Intelligenza Artificiale, collaborando per Radio 24, Linkiesta e Triwù.

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