Sui sentieri di mare. Da Omero a Walcott

I volti di Odisseo

Il fascino della lettura è anche nello scoprire le relazioni che connettono libri diversi. Ancor più se tali relazioni si rivelano imprevedibili. Del resto, è pur vero che questa è un’opportunità insita in ogni testo. Ogni libro, ogni lettura è un viaggio mai lineare, mai concluso.

A lungo ho pensato al libro per antonomasia che racconta di un viaggio, cioè l’Odissea, come alla storia di un ritorno. Il ritorno dell’eroe. Ma oggi mi rendo conto che non è proprio così.

L’Odissea è la storia di un movimento, al tempo stesso con una meta e senza una meta, efficace e vano.

Così scrive Bernhard Schlink nel suo romanzo Il lettore (guarda caso).  Un libro tanto perfetto stilisticamente quanto moralmente interrogante.

Insomma, Odisseo torna a casa, sì, ma con la consapevolezza che riprenderà il viaggio lungo i sentieri di mare come li chiamavano i cantori omerici.

In un pezzo uscito sul Venerdì di Repubblica e ripreso da Minima&Moralia, Matteo Nucci evidenzia, giustamente, che sono sempre più numerosi studi e racconti che spiegano l’antichità basandosi sulla conoscenza, spesso diretta, dei luoghi in cui accaddero i fatti narrati. Il bello è che questi libri sono tutti diversi per genere e stile. Si va dal classico saggio grecista, al saggio in forma di guida che ci accompagna per le isole dell’Arcipelago egeo, intrecciando mito e storia, poeti e artisti, filosofi e politici antichi. Ne è un esempio l’ultimo libro dello studioso del mondo greco, Giorgio Ieranò, Arcipelago. Isole e miti del Mar Egeo.

Un’Odissea. Un padre, un figlio e un’epopea

Ma c’è un autore in particolare che ha saputo fondere il viaggio storico di Odisseo con la metafora del viaggio interiore che ha coinvolto lui e il padre. Questo autore è Daniel Mendelsohn.

La cosa straordinaria è che per raccontare l’epopea odisseica e quella personale, Mendelsohn non ha scritto un romanzo né un saggio, pur essendo egli docente di Letteratura al Bard College e studioso di lettere classiche. Invece ci ha regalato un memoir emozionante e incredibilmente stimolante, intitolato Un’Odissea.

Tutto ha inizio nel semestre dell’anno accademico 2011 al Bard College di New York. Qui Mendelsohn propone agli studenti del primo anno un seminario sull’Odissea, che inizierà in un gelido gennaio e durerà sedici settimane. La prima curiosità è che al seminario chiede di poter partecipare uno studente particolare: Jay, il padre di Mendelsohn. L’altro aspetto curioso è che Jay è un ottantunenne in pensione, e riesce davvero difficile comprendere quale o quali ragioni lo spingano a partecipare a un seminario su un argomento decisamente distante dalla sua visione ed esperienza di vita. (Vedi qui l’intervista a Daniel Mendelsohn su Rai Letteratura).

Infatti, Jay Mendelsohn era nato nel Bronx, era un ragazzo durante la guerra, poi aveva studiato matematica senza laurearsi e aveva lavorato presso la Grumman, azienda aerospaziale di Long Island che era impegnata in progetti top secret. Infine aveva insegnato informatica alla Hofstra University sino ai settancinque anni. Un uomo che si era fatto da sé e che quindi valutava le cose in relazione allo sforzo compiuto per conquistarle, la cui unica fede erano le scienze esatte. Insomma, c’erano tutti gli ingredienti per dar vita a un seminario-viaggio davvero interessante e anche un poco rischioso per Daniel.

Non sopporto Ulisse

Non mancano da subito sorprese, visto che il padre di Daniel è un tipo caustico che non sopporta Ulisse: come si fa a considerare eroe uno che è un bugiardo patologico, tradisce la moglie e frigna continuamente? Un punto di vista per certi versi esilarante. All’inizio del seminario è molto interessante proprio il modo in cui gli studenti, compreso il padre di Mendelsohn, guardano a Ulisse, utilizzando i modelli culturali di oggi. Un errore di prospettiva che verrà via via dissolvendosi.

La scrittura di Mendelsohn è sapiente. E ci guida in un viaggio in cui la relazione tra padre e figlio s’intreccia con l’epopea dei personaggi omerici, le questioni di importanza vitale che essa pone, le sfide altrettanto fondamentali.

Così, man mano che il seminario procede, padre e figlio si riscoprono sia come individui che come famiglia. Daniel scopre nel padre una persona particolarmente socievole e scherzosa, via via riemerge la storia del passato che il padre non ha mai raccontato, riaffiorano le vicende della famiglia e si chiariscono i rapporti tra i vari fratelli.
L’intreccio tra l’una e l’altra epopea si fa talmente fitto che l’Odissea diventa un libro del presente e non solo del passato. Le coordinate spazio-temporali del viaggio si sovrappongono. Così l’antico libro viene riscritto.

Sulle tracce di Ulisse

Eppure sui sentieri di mare occorre ritornare non solo metaforicamente ma anche concretamente. Quando la professoressa amica e mentore di Daniel Mendelsohn viene a conoscenza della frequentazione del seminario da parte del padre di questi, non esita a suggerirgli di prenotare subito la crociera del Mediterraneo nei luoghi dell’Odissea.

Daniel dapprima è titubante, poi propone la crociera al padre quasi per sfida. Il padre accetta. Ma più che per lui, il viaggio sarà una rivelazione per il figlio. In crociera Jay è aperto e socievole come durante il seminario, in certe situazioni è addirittura esuberante, anche se non perde il vizio di rimanere sempre saldamente aggrappato alla logica.

Di questo viaggio rimane soprattutto l’immagine di Jay che prende per mano Daniel e insieme, mano nella mano, visitano la grotta di Calipso a Gozo, a largo di Malta. Daniel soffre di claustrofobia ma non vuole che il padre s’accorga della sua paura. Altrettanto suggestiva è l’imprevedibile fine della crociera. Come se davvero l’eroe non possa mai far ritorno nella sua terra.

Gli scomparsi

Daniel Mendelsohn è uno scrittore sublime. Ha parole alate avrebbe detto Omero. La sua passione per il mondo greco antico potrebbe apparire un po’ inusuale per uno studioso di origine ebraica. Sebbene Daniel abbia frequentato la yeshivah e appreso l’ebraico quel tanto necessario e sufficiente a pronunciare il suo bar mitzvah – maldestramente, afferma lui stesso – non si è mai occupato di cultura ebraica.

Tuttavia, la storia della famiglia paterna, al pari di quella di tanti altri ebrei ashkenaziti, è una vera odissea di cui Daniel bambino sentiva raccontare dal nonno. Una narrazione però incompleta: il nonno parlava della vita agiata e spensierata che conducevano a Bolechow, piccolo villaggio della Polonia oggi in territorio ucraino, ma s’interrompeva immancabilmente davanti alla sorte del fratello Shmiel come se volesse nascondere un segreto troppo doloroso. Nessuno voleva parlare di quel che ne era stato di Shmiel, della moglie e delle loro quattro figlie bellissime durante l’occupazione russa prima e quella nazista poi. Perché i fratelli erano riusciti a fuggire negli USA mentre Shmiel no?

La responsabilità della memoria

Scritto nel 2006 e vincitore del National Book Critics Circle Award 2006 e del Prix Medicis 2007, Gli scomparsi è un viaggio di ricerca e di riscatto dall’oblio di una generazione perseguitata e cancellata per sempre dal nazismo. Dagli Stati Uniti all’Ucraina, dalla Danimarca a Israele, dalla Polonia all’Australia passando più volte per Bolechow, vero ombelico del viaggio, Mendelsohn traccia la rotta di un viaggio epico e intimo che va oltre la dimensione familiare.

Il viaggio parte dal ritrovamento di alcune lettere che il prozio Shmiel inviò al nonno di Daniel nell’imminenza dell’occupazione nazista e subito dopo. Quel che Daniel scoprirà non sempre sarà piacevole. E la ricerca sarà difficile perché dei tremila ebrei che abitavano a Bolechow ne sono sopravvissuti 48. Ma non tutti sono disposti a ricordare il passato.

Ne Gli scomparsi Mendelsohn pone delle questioni importanti che vanno dalla labilità della memoria dei testimoni al delicato rapporto tra ebrei e non ebrei nei villaggi come Bolechow, dove un terzo degli abitanti era ebreo e un terzo ucraino. Una convivenza difficile: le famiglie ebraiche sono benestanti e gli ucraini sono per lo più al loro servizio. Ma, una volta arrivati i russi, il rapporto viene sovvertito, e poi sotto i nazisti gli ucraini divennero i delatori degli ebrei. Gli ucraini erano i più cattivi, confessa una delle sopravvissute a Daniel.

Moderno errante, l’autore ha impiegato cinque anni per ricostruire la vicenda del prozio Shmiel non senza attraversare momenti di sconforto dovuti, ora alla reticenza, ora alle contraddizioni dei sopravvissuti, sia ebrei che ucraini. Quel che lo anima è però il senso di una missione etica che evidenzia quanto sia importante preservare la memoria.

Direi che la memoria, sopratutto, è una questione di responsabilità nei confronti di qualcosa di cui spesso non si è l’autore. D’altronde credo che non si diventi veramente uomini se non nella misura in cui si è capaci di rispondere di ciò di cui non si è direttamente gli autori, e di colui con cui, apparentemente, non si ha nulla in comune.

Achille Mbembe, filosofo camerunese, uno dei più importanti teorici del post-colonialismo.

Non vi è nulla di più epico del mare

Nella prospettiva dell’epica la vita è un mare, scrive Benjamin. È un luogo in cui avvengono gli eventi decisivi dell’esistenza, dalla conquista alla perdita. Se i libri di Daniel Mendelsohn sono il racconto di un ritorno, del recupero del rapporto padre-figlio e della memoria familiare e collettiva, Derek Walcott riprende i sentieri di mare e ambienta il suo Omeros nella natia isola di Santa Lucia, ai Caraibi.

Walcott (Nobel per la letteratura nel 1992), Omero antifrastico, riporta la narrazione al luogo originale, un’isola, e restituisce nomi epici a personaggi contemporanei che degli antichi eroi omerici hanno la personalità. Così Elena è sempre la donna dalla bellezza ammaliante, che conquista e divide gli uomini. La stessa isola di Santa Lucia, già crocevia di schiavi, assume il volto e la voce di un’Elena tragica, vinta dalla storia, eppure ancora capace di affascinare con la sua luce e il suo mare.

Ma il movimento del mare rimescola storie e destini. E Santa Lucia non è l’Itaca a cui far ritorno perché la verità sta altrove: nell’antica madre Africa.

Vedi qui l’intervista a Walcott su Rai Letteratura.

Omeros. Libro di Derek Walcott

In questo omaggio a Omero e Dante, c’è una continuità strutturale con l’Odissea omerica. Mentre l’Iliade è il racconto della guerra in cui i singoli non emergono come individui ma in rapporto alle diverse situazioni belliche, nell’Odissea invece l’unità è nella storia di un individuo così come l’opera di Walcott è narrazione di individualità tutte umane. Forse è proprio questo che rende Ulisse un attore sempre attuale, capace di assumere molteplici volti e voci.

Ciò che lega i protagonisti di Walcott è un senso malinconico di perdita molto simile a un senso di colpa, e un sentimento di gratitudine verso la Natura ma non verso gli dei che “non si erano fatti trovare/quando avevano avuto bisogno di loro” (XXVIII, III).

Anche nella perdita ritroviamo uno dei topoi fondamentali di Omero. Per Walcott è la perdita dell’identità isolana dovuta alla colonizzazione inglese prima e a quella silenziosa che è la globalizzazione poi, al turismo invadente e consumistico che investe ogni angolo della terra e del mare. Se Ulisse ritrova un’Itaca diversa da quella che aveva lasciato, i Mendelsohn non possono approdarvi per cause di forza maggiore, in Omeros Elena, Achille e Ettore seguono semplicemente la risacca del cambiamento, subendolo. Come se i nuovi Proci fossero invincibili, impalpabili, astratti. Le loro vite sono sospese in una realtà precaria nel presente e nel futuro. Un nodo irrisolto, a cui Walcott non da’ soluzione neppure con la scrittura, sospesa com’è tra poesia e prosa.

La Natura qui è mare e, soprattutto, luce. Conserva una sacralità nelle parole del poeta che riconosce nell’unità la sola via di salvezza:

“Il mare non ha mai variato il metro per adeguarsi al gusto del tempo, è una pagina immensa, senza metafore. È l’ultima risorsa, per noi come per te, Omeros”.

Poeta, qualche volta narratore, lettore forte. Nella sua libreria Hugo, Kawabata, Calvino, Grossmann, Roth, Everett convivono armoniosamente con Izzo, Derek Raimond, E. Bunker, Ed McBain. Ma è la poesia a farla da padrona.

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