Una cosa sull’amore
di Jeffrey Eugenides

Declinano l’amore i racconti straordinari di Jeffrey Eugenides

Che Eugenides sia uno degli scrittori più schivi, originali e talentuosi degli ultimi vent’anni è confermato dalla recente raccolta di racconti Una cosa sull’amore (Mondadori, 2018), imperdibile per ben “cinque ragioni” secondo quanto ha scritto in un appassionato, bellissimo intervento su “La lettura” Alessandro Piperno, ammiratore confesso del suo “talento mimetico che sfiora l’orecchio assoluto”.

Siamo nel deserto rovinoso di un presente segnato da solitudine, incomprensioni, sconfitte, fra gli spettri opprimenti di una vecchiaia mai ammessa né accettata, naufragi matrimoniali drammaticamente (o penosamente) negati, rimpianti e rinunce, ciniche rivalse e frustranti derive economiche, lancinanti smarrimenti. E’ certamente il “tema ossessivo dell’inadeguatezza” il legame che unisce tutte le storie, ma anche, mi sembra, la tenace e irrinunciabile fiducia in un sentimento che salva e redime dall’angoscia, se non dal fallimento (vedi anche qui in proposito).

È l’amicizia senile tutta femminile di Della e Cathy, insoddisfatte Brontolone (è il titolo del racconto) in eterno sovrappeso, anticonformiste e umorali, che perdono mariti, figli “pallidi, sinistri, circospetti come gli assassini di un film di fantascienza” ma non se stesse. Risolute – proprio nel momento in cui la più anziana precipita nel gorgo invalidante di una “violenta e aggressiva” demenza – a disseppellire “l’ascia” per uccidere insieme le avversità.

O è l’attrazione per l’assoluto flusso energetico dell’Universo (om cosmico, musica delle sfere) del protagonista di Posta aerea il quale, alla ricerca di un’identità perduta nello scialo della propria esistenza, la ritrova nel panico, trasfigurante abbraccio di una fascinosa natura esotica (Bangkok, Bangalore, Calcutta) quando percepisce “un trillo”, una sorta di pirandelliano “fischio del treno” che lo proietta al di là di ogni coordinata familiare, sociale, umana.

In Siringa per ungere la carne è l’insopprimibile istinto materno di Tomasina che a 40 anni 1 mese e 1 giorno, nella sontuosa dimora in Hudson Street, con un lavoro appagante, è disposta – una volta fallito “il piano A” (“improbabile armata di adulteri e perdenti, gli uomini”) – a ripiegare sul meno romantico, più solitario e triste ma anche coraggioso e creativo piano B: un figlio “senza lui”, o meglio “con tutti i lui” della sua disincantata vita di rimorsi. Comunque l’amore si impone grazie a chi innamorato lo è veramente, l’ex Wally Mars, donatore mai domo e figura vincente in uno spiazzante, struggente finale.

O c’è la passione musicale di Rodney in Musica barocca, razionale e un po’ rigido maestro di clavicordo (“famiglia del clavicembalo”) travolto – dopo una fugace bohème giovanile vissuta fra Berlino, Heidelberg, Kurt Weil e gli amati Bach “père et fils” – dalla squallida marea di polizze, conti in rosso, rate inevase, “cifre atroci sulla carta di credito”, (in)adempienze domestiche avvilenti di un quotidianità prosaica e assai poco artistica.

La nostalgia di un’America democratica, rurale, libertaria e tollerante è quella che prova Kendall in Great Experiment. Poeta fallito non per incapacità, “intelligente ma non ricco”, costretto a fare i conti con la deriva tecnologica di una plutocrazia fondata su software personalizzati, malversazioni e “delitti fiscali di broker ludopatici” in cui la frode bisogna saperla pensare e perpetrare alla grande, non con remore letterarie. Altrimenti è meglio restarsene in uno squallido loft dove piove dal soffitto a riflettere sulla Democrazia in America di Tocqueville.

C’è il tentativo di Charlie – architetto separato, vittima di ordinanze restrittive, che si aggira patetico intorno alla vecchia casa “a distanza di 50 piedi” – di riaccendere “il tizzone” di un rapporto nel quale nessuno dei due deve Trova(re) il cattivo, scappare o inseguire l’altro, ma accoglierlo e dire “eccomi”. Impresa facile come “colorare un arcobaleno”, perché una “cosa” nell’amore che tiene unite le coppie “non sono i soldi, i figli o una visione condivisa della vita, ma avere cura uno dell’altra. Sono le piccole gentilezze reciproche, chiedere come è andata la giornata fingendo che ti interessi”.

Jeffrey Eugenides è nato l’8 marzo 1960 a Detroit

Soprattutto, alla fine, è l’intima necessità di sentirsi vivi e di giocarla comunque la partita con la disperazione: può essere sufficiente un pasto miracoloso a base di carciofi per metterla in fuga, come accade in Giardini volubili, il racconto forse più riuscito della raccolta. Al lettore il piacere di scoprirlo, come anche di fare la conoscenza del professor Luce, endocrinologo/anglo-irlandese non praticante, amante di Bruegel, strepitoso protagonista di un’ironica proto-versione del mitico Middlesex.

Lo stile di Eugenides, per citare ancora Piperno:

“E’ un manufatto superbamente rifinito […] le frasi sono tornite al punto da non mostrare alcuna asperità. Dovendo fare due nomi: Nabokov e Salinger”.

Necessario, essenziale, strutturato sui dialoghi, privo di lirismo, è capace di delineare fulminanti, efficaci ritratti come la Prokrti di Denuncia tempestiva. Solo in quest’ultimo racconto, che è il più recente insieme a Le brontolone (2017) cede alla (troppo) diffusa tendenza della narrativa contemporanea di inserire brani non letterari, mail ed sms in caratteri tipografici differenti.

Semmai, in Una cosa sull’amore, va sottolineata l’intrigante “struttura aperta” delle storie, con splendidi finali che suggeriscono, non chiudendola, un’evoluzione extra-testuale della vicenda per lo più angosciosa e non consolatoria (vedi Multiproprietà), insieme alla magistrale capacità dello scrittore di ricorrere – anche se il suo modello di scrittura non è certo simbolico– ad oggetti epifanici che catalizzano il significato più profondo del testo: l’ascia e i carciofi citati, guanti spaiati, un giocattolo, preziose statuette di giada e orwelliani… topi.

Formatosi alla scuola storico-critica di Walter Binni – di cui è stato allievo e con il quale ha collaborato negli anni conclusivi del suo magistero accademico alla Sapienza di Roma – affianca all’impegno di docente di Lingua e Letteratura italiana presso i Licei, l’attività di critico letterario e saggista, con interessi rivolti alla lirica novecentesca e al romanzo post-moderno.

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