Antonio Pascale: Proust e il senso della vita

In una piovosa domenica di fine novembre, di quelle talmente piovose che non vorresti mettere il naso fuori, sono andata a sentire Antonio Pascale che parlava di Proust e il senso della vita, alla libreria Koob di Roma. Prima di cominciare, Pascale ci spiega che resterà in piedi perché la prima persona che ha incontrato nel 1989, quando è venuto a Roma da Caserta, è stato Franco Califano che gli ha detto che quando si affronta un pubblico bisogna sempre stare in piedi. Ecco cosa ci ha detto stando in piedi.

Il fratello di Proust, Robert, diceva che per leggere la Recherche bisogna rompersi una gamba, o cadere in una lunghissima malattia. Aveva ragione perché sono 4000 pagine, 200 e passa personaggi, una serie di micro e macro trame perfettamente unite tra di loro. La Recherche è un guazzabuglio affascinantissimo, un’epopea meravigliosa. Non potendo augurarvi di rompervi una gamba, io ho cercato un terzo modo di leggere Proust: usare una bussola per identificare i punti cardinali, dopo di che sarà molto più facile leggerlo.

I punti cardinali sono sei: i cinque sensi e poi ce n’è un sesto. Tutti e cinque i sensi alla lettura di Proust vengono amplificati. Leggere Proust significa rendersi conto di cose di cui in genere, camminando per strada, non ci accorgiamo. Il sesto punto cardinale è che, leggendo Proust con i sensi amplificati ci chiederemo, e alla fine avremo anche una risposta, quali sono i motivi che rendono la vita degna di essere vissuta.

Chi era Proust?

Gli amici lo descrivono così: ipersensibile, intelligentissimo, a tratti apatico, con frequenti e tormentose crisi d’asma, indossava spesso il cappotto anche d’estate, era freddoloso, capriccioso, generoso, era il tipo che elargiva mance sostanziose a tutti.
Proust era omosessuale ma la sua omosessualità è anche un coltello per capire le cose in profondità. Ecco cosa dice di lui, la sua governante, Céleste.

Ha l’abitudine di rincasare molto tardi. Generalmente al suo ritorno si mette a letto, lei gli cambia le lenzuola tutti i giorni. Lui indossa il pigiama, si mette una spessa maglia di lana dei Pirenei e una borsa d’acqua calda sulla pancia. Poi lavora fino alle sette di mattina, seduto sul letto. Le gambe le tiene in alto, come fosse uno scrittoio, e scrive. Lei, Céleste, tempera tutte le matite, così se dovesse caderne una, lui non deve abbassarsi per raccoglierla. In tutta la stanza c’è materiale per inalazione. Proust aveva delle frequenti crisi d’asma. Era fortemente asmatico e Jean Cocteau – poeta, saggista, drammaturgo, sceneggiatore, regista – che era suo amico, racconta com’era entrare a casa di Proust.

Prima di tutto c’era Céleste che lo accoglieva e diceva sempre: “Signor Cocteau, lei per caso ha stretto la mano, o ha baciato una signora che ha odorato un fiore?”
Lui rispondeva: “No, guardi assolutamente. Sono venuto direttamente”.
“Ma mica ha incontrato una persona che ne aveva baciato un’altra che aveva toccato un fiore?”

E così via. Superato l’interrogatorio, finalmente lui riusciva a entrare nella stanza e la descrive, con molta ironia, piena di zolfo. Piena di fumi. Perciò lui entrava e cercava di orientarsi. Trovava Proust seduto sul letto in quella posizione che gli leggeva le cose che produceva. Nessuno ha mai sentito la voce di Proust. Cocteau dice che era molto divertente. Leggeva in modo divertente con una vocina simpatica e spesso rideva delle sue stesse cose. Diceva: guardate, questa cosa che vi ho detto, si capirà meglio 400 pagine più avanti.

Chi erano i genitori di Proust

La madre era una persona ingombrante, un monumento sentimentale. La madre era tutto per lui. Tutta la Recherche si basa su un bacio mancato della madre. Ma la figura che poche persone conoscono è invece il padre che era un famosissimo medico. Adrien Proust è stato quello che per primo ha debellato il colera in Francia. Quindi è stato insignito della famosa medaglia della Legione d’Onore.
Proust, negli ultimi anni della sua vita, disse a Céleste: “Come mi piacerebbe che i miei libri facessero del bene all’umanità, così come mio padre ha fatto con i suoi studi”.

Il dottor Adrian Proust, padre di Marcel Proust

Questo era un po’ il problema di Proust, cioè a un certo punto della sua vita, lui si rende conto di non aver soddisfatto le aspettative e i desideri dei suoi genitori. Poteva diventare un accademico, o un dottore, per un po’ di mesi ha fatto il bibliotecario, ma in realtà non ha fatto niente. Sì, spesso era malato, quindi non poteva fare la vita che facevano gli altri, ma fondamentalmente Proust non ha mai lavorato. Negli ultimi anni della sua vita comincia a sentirsi ossessionato dall’idea della morte e capisce che la vita può sfuggirci così, velocemente, tra superficialità, frivolezze, senza che noi la capiamo davvero. E’ proprio la morte che ci fa capire lo scorrere del tempo. Noi non possiamo eliminarla, possiamo però smettere di perdere tempo e cominciare ad apprezzare la vita.

Questa poetica è espressa bene negli ultimi libri della Recherche: La fuggitiva e Il tempo ritrovato. Sono libri molto belli, i più commoventi. Lui dopo tanto tempo, dopo mesi, frequenta di nuovo il salotto dei Guermantes, l’aristocrazia parigina, e mentre va in questo salotto inciampa. E’ un delicatissimo escamotage narrativo. Inciampa sui selci e si accorge che sono spostati, non sono allo stesso livello. Questo spostamento lo induce a pensare che qualcosa sta cambiando e infatti appena arriva si rende conto che tutti i personaggi che lui ha amato, che ha descritto, che ha frequentato, sono completamente diversi da un tempo. E si rende conto che è la morte che li sta cambiando.

Il pensiero della morte s’insediò definitivamente in me come se fosse un’amante. Ma non che amassi la morte, io la detestavo.

Cosa si racconta nella Recherche

La Recherche inizia a Combray, dove c’è la casa di campagna del nonno di Proust, nel nord della Francia. Uno s’immagina una casa di campagna aristocratica. No, sono andato a vederla e non è niente di particolare. In questa casa Proust passava le vacanze quand’era bambino e d’estate arrivavano gli ospiti. A un certo punto arriva il famoso Swann che è un mercante d’arte, una persona intelligentissima ed è un po’ il filo conduttore della Recherche. E’ quello che ama l’arte. Arriva Charles Swann e quindi mandano il bambino a dormire.

Nel primo dei sette libri di cui è composta la Recherche, Dalla paarte di Swann, si racconta il tormento di questo bambino, costretto ad andare in camera mentre gli adulti stanno giù in cortile. Il bambino è tormentato. Il bacio negato dalla mamma, il suo tentativo di farla tornare la mamma, poi ci riesce e così via.

Poi c’è uno spin-off, una narrazione derivata da quella principale, in cui si racconta chi era Swann e chi era sua moglie Odette. Dopo di che si torna nel presente e troviamo Proust, non più bambino, ma adolescente, a Parigi, dove si innamora della figlia di Swann, una ragazzina carina che si chiama Gilbert. Quindi parte per Balbec, località marina, va in un grande albergo perché è malato. Qui incontra delle ragazze – All’ombra delle fanciulle in fiore – e le paragona a dei fiori. Ci sono descrizioni mai viste per la perfezione e per la bellezza.  Una di queste ragazze è Albertine. E’ carina, spigliata, ha i capelli corti, Proust se ne innamora.

Sulla terrazza, due sorelle, 1881, Pierre Auguste Renoir

Marcel inizia a frequentare la famiglia aristocratica dei Guermantes ed entra nel circolo del barone Charlus. Scopre che Charlus è omosessuale (Sodoma e Gomorra). Ha la sensazione è che Alberine lo tradisca con uomini e donne, quindi la chiude in casa: La prigioniera. La sottopone a continui interrogatori, poi Albertine scompare. C’è un altro libro sulla scomparsa di Albertine (La fuggitiva). Lei muore in un incidente di cavallo e Proust cade in malattia, si deprime e dopo va alla festa dei Guermantes, dove si accorge che tutto è cambiato (Il tempo ritrovato). Pensa: torno a casa e mi metto a scrivere. Quindi è un cerchio: Proust bambino, adolescente, maturo, si mette a scrivere, di nuovo bambino e la Recherche comincia.

La legge Proust

Questo si racconta nella Recherche – un racconto molto bello – ma pochi se la ricordano tutta. C’è una regola che dice che 100 persone cominciano a leggere Proust, 70 si fermano al primo libro. Degli altri 30, dieci si fermano ai primi due libri, chi supera il terzo libro va avanti fino alla fine. Si chiama “Legge Proust”.

Il tempo

Il motore di tutta questa storia è il tempo. Nel ‘900 la funzione del tempo cambia. Nel 1922 Einstein va a Parigi e i giornali titolano: “Il tempo non esiste.” Si comincia a pensare in maniera diversa. Ma soprattutto c’è un filosofo francese che si chiama Henri Bergson, il quale dice che il tempo non è una successione di attimi ma è un flusso, quindi quello che è passato può facilmente entrare nel presente e quello che è nel presente diventa futuro. E’ un gioco di aspettative. Questa concezione del tempo influenza una generazione di scrittori. Almeno tre scrittori ne sono fortemente influenzati. Il primo si chiamava James Joyce. Il secondo è Svevo, il terzo è Proust, poi c’è un quarto che sono io ma non conto.

Non c’è più il tempo. Il tempo è un laboratorio, un groviglio di sensazioni passate, di ricordi, di aspettative.
Marcel è influenzatissimo dalla teoria di Bergson e anche da Einstein – tanto che manda spesso i suoi amici ad ascoltare le lezioni di Einstein.
Perché è così attaccato al tempo? Perché a un certo punto capisce che lui ha perduto tempo. Il tempo va sottratto dall’oblio, va recuperato. E come si fa? Lui indica due modi.
Il primo modo è recuperarlo con l’intelletto. Ricordiamo, ci concentriamo, rievochiamo dei fatti e li ricordiamo. Secondo Proust questo non serve a niente. Esiste un’altra via: la memoria involontaria a cui Proust affida tutta la sua poetica.

Che cos’è? E’ la madeleine. Un dolce francese… non vorrei sembrare campanilista ma non li sanno fare i dolci. Non sa di niente, farina, un po’ di zucchero, un po’ di cannella. Quello che invece Proust sa fare è immaginare una scena in cui lui, adulto, arriva a casa e la mamma gli dice: “Vuoi un po’ di tè con il tiglio?”

“No, non lo voglio”.
“Dai prendilo, l’ho fatto”.

Lui accetta. Pioveva, era una giornata orribile. Lui prende la madeleine, la mangia e improvvisamente un’onda emotiva gli arriva addosso. Lo gonfia e lui ricorda delle cose che aveva dimenticato. Ricorda che la zia Leonie gli dava quella madeleine e a lei è associato un mondo infantile che torna improvvisamente e lo riempie di gioia, lo riempie di sensazioni piacevolissime. Quella, secondo Proust, è la memoria involontaria e vale molto di più di quella volontaria, cioè di quella ottenuta attraverso la ragione. Il problema è che questa memoria è intermittente. Può ricordarti cose belle ma anche cose spiacevoli. Non la controlli.

C’è un altro pezzo in cui Proust perde la nonna e per un anno sa che la nonna è morta ma non lo sente, finché un giorno torna a casa, un giorno di pioggia, e dice:

“Sconvolgimento totale. Già la prima notte che soffrivo di un affaticamento cardiaco, nel tentativo di tenere a bada la sofferenza, mi chinai con estrema lentezza e prudenza per togliermi le scarpe, ma avevo appena sfiorato il primo bottone delle stivaletto che il petto mi si gonfiò, colmo, di una presenza ignota, divina, e fui scosso da singhiozzi, lacrime che mi grondavano dagli occhi.

Nabokov diceva nelle sue straordinarie lezioni su Proust e la letteratura russa, che Proust è Babbo Natale, arriva con un carico pieno di doni. Ecco alcuni dei suoi aforismi.

Se ci si ricorda di un’atmosfera è perché lì delle fanciulle ci hanno sorriso.

Si diventa morali non appena si è infelici.

I tre motivi che rendono la vita degna di essere vissuta

E il sesto senso? Qui c’è il punto di modernità di Proust perché il suo racconto, alla fine, è un lungo e profondo cammino spirituale durante il quale Marcel si interroga sulle ragioni che rendono la vita degna di essere vissuta. Quali sono questi motivi? Ce ne sono tre fondamentali.

Le celebrities, la mondanità

Il primo motivo sono le celebrities. L’aristocrazia, la mondanità. L’ascesa sociale. Cosa ha fatto Proust nella vita? Si imbucava alle feste e adorava l’aristocrazia. La descriveva, la seguiva, ne era follemente invaghito. Era un mondano capace di capire dei dettagli e dei modi in cui gli animi umani funzionano. E la cosa particolare è che a un certo punto della sua vita, lui si disillude. Nel suo cammino spirituale in mezzo c’è sempre la disillusione. Lui capisce che le cose che aveva immaginato non sono le cose che trova davvero nella vita. C’è una differenza incredibile tra il modello ideale a cui lui tende, come i biancospini, e la vita. Lui riesce a raccontare tutti e due i mondi e questo è un processo conoscitivo. La disillusione è una forma particolare di conoscenza che molti abbandonano. Ci viene raccontato che bisogna sempre essere allegri, in salute, in prestazione.

Winnicot dice che il bambino, se non si disilludesse, camminerebbe sempre a quattro zampe. A un certo punto deve dire: questo mondo non mi basta. E’ così che si alza. La disillusione ci dà la differenza che passa tra i nostri sogni e la realtà. Ed è un profondo processo conoscitivo che Proust applica costantemente. Si rende conto che questi nobili, questa aristocrazia a cui aveva dato tutto, sono persone crudeli e vanitose. Quindi la prima ragione per vivere – le celebrities – quella che miei figli ancora credono “voglio essere così”, viene fatta fuori.

La seconda ragione è l’amore

Lui s’innamora di Albertine. L’amore è una delle ragioni che rendono la vita degna di essere vissuta? Secondo Proust no. Proprio no. Si ama solo ciò che è assente. Il desiderio ci viene verso una persona assente, una volta che è presente non ci piace più. Ci dà fastidio. Si ama ciò che è assente. La presenza è noiosa. E infatti Proust, quando Albertine non c’è la cerca disperatamente e scrive delle cose meravigliose.

Ho passato sere incantevoli a giocare con Albertine, mai però paragonabili per dolcezza a quelle in cui la guardavo dormire.

Questo è l’amore che Proust prova per Albertine e subito dopo ne è nauseato. Si ama ciò che è assente ma quando non c’è diventi geloso e quindi soffri. Quando Proust parla dell’amore, ne parla sempre in termini terribili. E’ una tortura, uno stato morboso, una follia, il contrario della felicità. Quindi neanche l’amore è una ragione per vivere la vita.

Allora la mondanità è effimera. La felicità attraverso l’amore è un’illusione perché la solitudine è endemica nell’uomo. Che cosa resta? Resta l’arte. L’arte secondo Proust è il più valido strumento per scoprire il senso della vita. L’arte allontana gli uomini dall’abitudine.

L’arte come rimedio contro l’abitudine

Per Proust soltanto l’arte ci può salvare dall’abitudine perché ci fa vedere le cose che noi non vediamo. Proust è estremamente grato agli artisti. Tutta la sua ammirazione, il suo amore, va agli artisti. L’arte ci fa indossare degli occhiali attraverso i quali riusciamo a vedere la realtà in maniera completamente diversa. E inoltre gli artisti riescono anche a farci percepire la bellezza del quotidiano. Le più belle descrizioni di Proust sono proprio sul quotidiano, su come è bello apprezzare le piccole cose che passano davanti ai nostri occhi e noi per abitudine non vediamo. Per esempio annusare i fiori in primavera. Proust ha scritto delle cose meravigliose sull’annusare i fiori in primavera. Oppure osservare le sfumature sull’acqua marina. Leggere in treno. Pagine meravigliose. Per Proust l’arte è necessaria, è l’unica ragione per cui valga la pena vivere.

Coppia in uno scompartimento di treno, 1895, Ricardo Lopez-Cabrera

Se ci pensate questa tematica proustiana è quella che lo rende più moderno perché ci stiamo trovando di fronte, e non siamo ancora capaci di ragionarci sopra, a un’ondata di creatività.
Nel 1812, quando Napoleone Bonaparte finì le sue campagne, nel mondo c’erano soltanto un miliardo di persone di cui il 15 per cento erano benestanti e il restante 85 per cento poveri, ma poveri veramente. Una massa di persone escluse dal dibattito pubblico che non potevano essere creative. Nel 1974, nel mondo c’erano quattro miliardi di persone di cui due di ricchi e due di poveri che erano esclusi dal dibattito pubblico.

Mia nonna materna per tutta la vita ha fatto la sarta e ha lavato i panni al fiume a mio nonno.
E però mia nonna ha avuto soddisfazione quando è arrivata la lavatrice perché con la lavatrice, come dice Hans Rosling, non escono soltanto i panni puliti, ma escono i libri. Dopo la centrifuga si acquista tempo libero. E infatti mia mamma, liberata dall’incombenza dei panni, alla fine mi ha detto: “Leggiamoci un libro”. Quindi io divento scrittore per la lavatrice. Ho letto Proust per la lavatrice. Questo significa che la società moderna, 60 anni fa, porta alla ribalta un ceto che fino ad allora non poteva esprimersi. E venendo alla ribalta non sa che fare. Alterniamo selfie e stupidaggini a profonde riflessioni sulla nostra appartenenza a questo mondo. Ancora non abbiamo equilibrato il rapporto. Dobbiamo essere un po’ comprensivi con i nostri simili perché non tutti hanno avuto la fortuna di studiare, di avere un metodo di lavoro.

Proust dice: con l’arte ce la possiamo fare. Quindi il problema è imparare l’arte, imparare a essere sensibili perché la vita finisce. Infatti lui va alla festa dei Guermantes, torna a casa e non esce più per sette anni. Si mette a scrivere, non fa più niente. Non esce, scrive ininterrottamente. Riesce a pubblicare i primi due libri con molta fatica perché André Gide, che era il capo della casa editrice Gallimard, lo bocciò, così come l’incaricato della casa editrice Ollendorf, che disse: “Sarò particolarmente tonto, ma non riesco a capire come questo signore possa impiegare trenta pagine a descrivere come si gira e si rigira nel letto prima di prendere sonno”. Invece Gide poi capì che aveva sbagliato. A un certo punto Proust, ormai malatissimo, sfatto, chiamò Céleste e le disse:

“E’ successa una cosa bellissima questa notte”.
“Che cosa è successo?”
“Ho messo la parola fine”.

E dopo poche ore è morto. Gli ultimi due volumi, secondo me i più belli, furono pubblicati dopo la sua morte. Quindi Proust è un uomo che si è identificato strettamente con la sua opera. Ha pensato che doveva recuperare il tempo perché doveva smettere di vivere di frivolezze, cominciare davvero a vivere attraverso l’arte e questo lo ha sentito così profondamente che per sette anni non ha fatto altro che scrivere.

Allora mi raccomando, non vi rompete le gambe e leggete Proust!
Antonio Pascale parla di Proust e il senso della vita
Antonio Pascale alla libreria Koob

Qui finisce il racconto di Antonio Pascale, che io ho un po’ accorciato e che si è svolto, come le epifanie proustiane, in una piovosa domenica di novembre. Vorrei solo aggiungere che io ho letto la Recherche fino a Sodoma e Gomorra. Perciò non rientro nella legge di Proust perché ho superato il terzo libro. Non ho smesso di leggerla perché non mi piaceva, anzi mi piaceva sempre di più. Ho smesso perché vedere monsieur de Charlus nel salotto dei Verdurin che non riuscivano ad apprezzarlo, non lo rispettavano e non sapevano neanche chi fosse, è stato un duro colpo. Ho pensato che le cose stavano prendendo una brutta piega e che da quel momento sarebbero precipitate. A quanto pare non mi ero sbagliata di molto. Secondo Pascale sono inciampata nella disillusione, ancora prima di Proust.
kk

Su Proust e i “buoni sentimenti” leggi anche cosa ne dice Piperno in questo nostro articolo.

  1. Ho girato il vostro articolo a mia madre, grande appassionata di Proust e della sua Recherche.
    e mi ha risposto così:
    “ci sono due errori…chi offriva le madeleine a Proust era la zia Leonie e non la nonna…
    chi disse che non si poteva pubblicare uno che ci metteva 30 pagine per dire che non riusciva a prendere sonno non era Gide…”

    🙂

    1. Grazie Serena! Ora correggo… in effetti mi ricordo che era la zia Leonie, ma non ci ho fatto caso.
      So che Gide non ha voluto pubblicarlo e che poi si è scusato con lui… va bene, vado a controllare… comunque ringrazia la mamma 🙂

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