Storia proibita di una Geisha

Credo ci sia una grande ironia nella professione che ho scelto. Una perfetta Geisha è sempre sotto i riflettori, mentre io ho trascorso la maggior parte della mia infanzia nascondendomi nel buio di un armadio. Una perfetta Geisha fa uso di tutte le arti in suo possesso per soddisfare il suo pubblico, per regalare splendide sensazioni a ogni persona che incontra, mentre io ho sempre preferito attività solitarie. Una perfetta Geisha è un elegante salice che si flette al servizio degli altri, mentre io sono sempre stata, per carattere, testarda, incline a contraddire tutti e molto, molto orgogliosa”.

Inizia così il bel libro autobiografico Storia proibita di una Geisha, scritto da Mineko Iwasaki, la musa ispiratrice del capolavoro di Arthur Golden Memorie di una Geisha, dal quale fu tratto anche un film che riscosse notevole successo.

La leggendaria Mineko, la Geisha più brava, ricercata e corteggiata del suo tempo, per la prima volta racconta dal punto di vista femminile di chi lo ha veramente vissuto, in modo schietto e con dovizia di particolari, quel mondo misterioso dominato dalle donne, dai piaceri estetici e dalla bellezza. Un mondo spesso frainteso ma che non smette di affascinare, con i suoi riti, le sue tradizioni, i giardini lussuosi, i kimono splendidamente decorati, gli amori drammatici, le spietate rivalità.

Questa intima e commovente biografia nasce dalla necessità dell’autrice di riscattare l’onore dopo che Arthur Golden, che l’aveva intervistata per la stesura di Memorie di una Geisha, aveva mortificato, alterando i suoi racconti e infrangendo il vincolo di segretezza che lei aveva preteso, poiché il riserbo è tutto nel loro microcosmo. Mineko Iwasaki accusò Golden di aver presentato un ritratto non veritiero delle Geisha e di averle dipinte come vere e proprie prostitute d’alto bordo. Aprì un contenzioso giudiziario che ebbe fine solo con il pagamento di una grossa somma di cui non si conobbe mai l’entità, ma che si suppose ingente.

Zhang Ziyi nel film “Memorie di una Geisha”

Allora Iwasaki decise di scrivere lei stessa un libro di memorie, in collaborazione con Rande Brown, una traduttrice americana di opere filosofiche giapponesi, fondatrice di una società che si occupa di scambi culturali con l’Oriente. L’opera che ne è il risultato ci permette di sollevare il manto di esotica ambiguità con cui l’Occidente ha rivestito la figura delle Geisha, un universo parallelo con i suoi cerimoniali fatti di disciplina, dedizione ed enormi sacrifici, che ancora resiste in un Giappone che sta cambiando ma che, allo stesso tempo, mantiene quasi inalterate le proprie tradizioni.

Nessuna Geisha nei secoli di storia è mai uscita dall’ombra per raccontare in pubblico la sua storia. Siamo state costrette a mantenere il silenzio da regole non scritte, dal peso della tradizione e dalla sacralità della nostra eccezionale vocazione. Tuttavia sento che è venuto il momento di parlare. Voglio che sappiate cosa significa realmente vivere la vita della Geisha. Questa è una storia che da tempo desideravo raccontare. Mi chiamo Mineko…”.

E’ per confutare la visione offensiva della geisha data da questo romanzo che Mineko Iwasaki ha deciso di scrivere il suo libro.

Le aspiranti Geisha sono sottoposte a un estenuante tirocinio per apprendere l’antica arte della danza, per imparare a suonare diversi strumenti tradizionali e per acquisire tutti i segreti di quel cerimoniale rigido e severissimo che le rende maestre di etichetta, eleganza e cultura. È una vita molto dura dove non si sacrificano solo l’infanzia e la giovinezza per imparare alla perfezione tutto ciò che fa di una donna una Geisha, ma anche l’intera sfera emotiva è sottoposta a enormi sacrifici in nome del raggiungimento di quella dimensione ideale del cosiddetto “Mondo dei Fiori e dei Salici piangenti”, con tutto il seducente romanticismo, l’elegante grazia, la raffinatezza fluttuante e l’evanescenza che ne consegue.

Oltre a essere considerate le massime esperte delle belle maniere, del saper ben parlare e ben vestire, le Geisha sono delle vere artiste del canto, del ballo e della musica, che anelano alla perfezione nella multiforme rappresentazione di ciò che banalmente viene definito Arte tradizionale. Sono l’essenza stessa dell’Arte e non possono permettersi l’umanità dei sentimenti e dei desideri, seppur della loro tradizione fanno parte sensualità e seduzione: “Non puoi considerarti una vera Geisha finché non riuscirai a fermare un uomo per la strada con un solo sguardo”, amava sostenere Mineko orgogliosa.

Loro sono le artiste del mondo che fluttua: cantano, danzano, intrattengono. Il resto è ombra, il resto è segreto, il resto è enigma. Sono il prodotto del desiderio maschile di avere l’amore unito a gioventù e a grazia, ma libero di rimpianti e responsabilità.

Per un uomo la Geisha può essere solo una moglie a metà: siamo le mogli del crepuscolo. Non dobbiamo aspettarci la felicità, non è una cosa che ci è dovuta. A noi non è permesso mangiare durante i banchetti. Siamo lì per intrattenere, per far star bene gli altri: per dare, non per ricevere. Veniamo ingaggiate per divertire gli ospiti e i suoi invitati. Creiamo un altro mondo, un luogo di sola bellezza. Dobbiamo sederci di fianco a chiunque sia seduto al posto d’onore e cominciare a conversare con lui. Non importa ciò che noi proviamo, la nostra espressione deve dire: ‘Non vedo l’ora di parlare con te’. Se il nostro viso dichiara: ‘Non ti sopporto’, non meritiamo di essere Geisha. Fa parte del nostro lavoro trovare in ogni persona qualcosa di gradevole”.

Proprio perché nella cultura giapponese una cena non deve essere mai un semplice cibarsi, secoli fa fu creata questa figura particolare d’intrattenitrice che ha il compito di stimolare la conversazione accompagnando, intervallando, spezzando continuamente i momenti del pasto, anche danzando, cantando e servendo essa stessa i cibi come un gioco.

Le conversazioni a un banchetto sono di ampio respiro e si dà per scontato che le Geisha siano bene informate sull’attualità e sulla letteratura contemporanea e, nello stesso tempo, che abbiano una solida preparazione sulle forme d’arte tradizionali, come la cerimonia del tè, la disposizione dei fiori, la poesia, la calligrafia e la pittura.

Prima degli incontri, la Geisha fa ricerche sulle persone che dovrà intrattenere. Se il cliente è un politico, allora studia le leggi che sta promuovendo, se è un attore, legge articoli su di lui, se è cantante ascolta i suoi dischi. O legge il suo romanzo se si tratta di uno scrittore. Oppure studia il Paese da cui viene se malauguratamente è uno straniero, cioè se, proprio perché forestiero, molto probabilmente non conosce le buone maniere giapponesi.

Il nostro mondo attira ospiti da ogni dove, uomini dei più alti ranghi della finanza e dell’aristocrazia giapponese, e non solo giapponese. Gareggiano fra loro per mantenere le Geisha più popolari. È una forma di mecenatismo simile, per certi aspetti, a quello dei patrocinatori dell’Opera, solo che piuttosto che far parte del comitato del teatro, un uomo decide di finanziare la sua artista preferita. E, come un mecenate dell’Opera non si aspetta alcun favore sessuale dalla star, così il patrocinatore di turno mantiene la sua Geisha favorita solamente perché incarna la perfezione artistica e conferisce lustro alla sua reputazione”.

“Dopo il bagno”, Kitano Tsunetomi, 1912

Le Geisha vestite di tutto punto si avvicinano molto all’ideale di bellezza femminile giapponese. Il loro viso è un ovale perfetto. La loro pelle è bianca e priva di difetti, i capelli neri come l’ala di un corvo. Le sopracciglia sono mezze lune, le bocche delicati boccioli di rosa. I colli lunghi e sensuali, le figure gentilmente arrotondate.

La loro convivenza è all’interno di quello che viene definito il “Mondo dei Salici”, un mondo di bellezza al femminile, creato, dominato e vissuto da donne raffinate e irraggiungibili, con le loro vite strettamente intrecciate le une alle altre, dove cultura, stile, tradizione e denaro sono i grandi protagonisti e dove gli uomini giocano un ruolo che è completamente estraneo alla nostra normale concezione occidentale. Del resto, osservando con una prospettiva più intima la cultura giapponese, così impregnata di metafisica e di evocatività shintoista e buddhista, i canoni estetici e i criteri emotivi hanno una logica tutta sua loro, della quale ho già parlato in questo articolo.

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“La Geisha è un’artista, una rappresentante della cultura tradizionale, la quale vende arte, non il corpo. Ma non voglio dare un’impressione sbagliata. Non si possono mettere donne di talento, belle ed eleganti vicino a uomini ricchi e di successo e pensare che non accadrà nulla. Le relazioni amorose sbocciavano di continuo, alcune portavano al matrimonio, altre allo struggimento. Io, per esempio, incontrai l’amore della mia vita proprio mentre lavoravo. Non era insolito che gli uomini di successo avessero relazioni extra coniugali. I matrimoni spesso venivano pianificati per assicurare continuità alle dinastie e alle buone famiglie, non per piacere, e gli uomini provvisti di mezzi spesso avevano delle amanti”.

E qui viene in mente la famosa massima di Confucio:
“Ama chi sposi, non sposare chi ami!”.

Proprio per amore, e comunque stanca di quel mondo così rigidamente tradizionale, a soli 29 anni e all’apice della carriera Mineko decide improvvisamente di ritirarsi, provocando la rinuncia di altre 70 Geisha che volevano emularla e dando forse inizio alla decadenza di questo stile di vita. Questo la espose, in una realtà che non ammette ribellioni, alla fama di traditrice di un ambiente che doveva rimanere segreto, ricevendo persino minacce di morte, sia per aver violato la riservatezza del suo mondo e sia per aver gettato cattiva luce laddove vi era, o vi doveva essere, solo espressione artistica ed erudizione, perlomeno all’apparenza.

Attualmente è sposata, ha una figlia e vive nei sobborghi di Kyoto. Dopo la pubblicazione delle sue memorie si è chiusa in un riserbatissimo silenzio, rifiutando qualunque accenno al suo passato. Per i suoi molteplici ammiratori rimangono solo le parole dell’ultima intervista, prima di dire addio a ogni contatto esterno:

Una storia come la mia non andrebbe mai raccontata, perché il mio mondo di allora è tanto proibito quanto fragile, senza i suoi misteri non può sopravvivere”.

Piemontese di nascita e, malgrado le raccomandazioni di chi mi diceva “Gira pure il mondo ma non uscire mai dall’Italia”, dal 1995 residente in Vietnam, confine ultimo dell’intangibile logica orientale, dove ho avviato alcuni ristoranti italiani, consuete zattere di sopravvivenza per italici in cerca di fortuna o in fuga da se stessi.

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