Nascere domani: “La casa futura del Dio vivente” di Louise Erdrich

Un prossimo mutamento planetario
nel romanzo di Louise Erdrich

“Il mondo si è messo di traverso” nell’ultimo romanzo di Louise Erdrich, La casa futura del Dio vivente. Mentre gli abitanti del Minnesota “normali, decisi e sorridenti camminano alla giusta velocità”, dietro le apparenze aleggia la notizia di un incomprensibile, prossimo mutamento planetario. L’evento suscita un vortice di domande cui necessitano risposte immediate. Le prospettive future, ignote ma angosciosamente sempre più temute, si traducono in una cifra stilistica interrogativa, sospesa e costantemente tesa.

Si tratta di un virus di nuova generazione? Batteri forse, esperimenti molecolari, alterazioni genetiche del DNA, scarti anomali nel cammino evolutivo della razza umana, entropia adattiva ambientale?
Mentre in TV scompaiono i fototipi di razza bruna e restano “solo annunciatrici bionde con denti bianchi e capelli biondi… uomini bianchi con denti bianchi” – le banche iniziano ad essere prese d’assalto, si ventila il ritorno al baratto e si fa incetta di vaccini.

In questo contesto si muove Cedar, la protagonista di origini ojibwe: gli indiani autoctoni del Michigan a cui la scrittrice ha dedicato non solo il bellissimo LaRose.
Cedar è figlia adottiva di due liberal di Minneapolis; Glen e Sera sono avvocati, buddisti, vegani, verdi militanti, preveggenti sul precipitare degli eventi, sulla bolla speculativa, l’Iraq e Afghanistan. Ed è invece figlia biologica – ma ci saranno sorprese per il lettore – di Eddie e Sweetie Potts, ojibwe integrati che non hanno nessun rapporto con spiriti guaritori e animali sacri, nessuna romantica riserva sulle rive del Grande Fiume, ma case linde, giardini curati, grill per barbecue, signore in short a pois, pompe di benzina e casinò.
Difficile identificarsi, per lei, sul piano etnico-culturale.

“Creatura senza nome, vent’anni di ghiribizzi e curiosità”

Cedar è cattolica militante, attratta dal fascino esotico degli antenati, crede nelle leggi della fisica e nello Spirito Santo, nelle parole del teologo “eretico” Hans Küng (condannato da Ratzinger, ma amato da Papa Francesco) e nei sette insegnamenti delle dottrine ojibwe. Crede anche nel fatto che gli uomini siano “pugnacemente infidi”. Coltiva la percezione empatica di una sopravvissuta Natura incontaminata e questo determina i frequenti squarci lirici del libro.
Così “Il cielo è fiorito di stelle profonde, brillanti e soavi”, mentre “Ruggine, giallo caldo, rosa, arancione e rosso cupo sanguigno” sono i colori dell’autunno, la fronte di un’amica è “un ciottolo di fiume scaldato dalla luna” e il sole “tramonta brutalmente, orlando le nubi di un tripudio di trine d’oro”.

Lei ha una sola certezza: attende un bambino – da Phil, infatuazione, non amore… ornitologo, bocca appassionata, odore di cotone bruciato – e crede tenacemente nel suo ruolo di madre, nel valore profondo di una nuova vita come “incarnazione dello spirito universale che ci attornia e permea da ogni lato”.
Al nascituro (25 dicembre!) sono rivolte le lettere di Cedar a partire dal 7 agosto, in un testo epistolare che si configura come diario/taccuino del quale è sempre lui il referente. In particolare la seconda parte è avvincente e strutturata sui ritmi del thriller.

Intanto il progetto si definisce e assume i contorni della rifondazione di una società al collasso: la Grande Madre inizia a comparire sui display e, ossessivo nightmare, negli incubi delle donne in attesa di partorire un figlio del “vecchio mondo”. Mentre uomini in nero studiano immagini ecografiche rilevando anormalità nella neo-corteccia degli ultimi nati, i data-base clinici vengono sequestrati da un orwelliano Governo-ombra sovranazionale.
Vistoso il debito con Orwell (vedi ”Il Seminario sulle Verità” e “La Società per la Protezione dei Non Ancora Nati”, due delle istituzioni di 1984), ma anche con il Noi di Zamjatin che aveva già scritto tutto.

“Il nome degli empi morirà” Proverbi 10,7

Le puerpere vengono isolate per partorire presso Centri di Accoglienza controllati e si innestano embrioni surgelati in donne fertili per attivare nuovi DNA più equilibrati.
Il mercato agricolo funziona, l’informazione è solo clandestina, crescono le delazioni, anche parentali, e milizie civili volontarie nascondono quante intendono sottrarsi al disegno di una sedicente Chiesa della Nuova Costituzione che ha ridefinito la toponomastica stradale sostituendo i numeri civici con versetti biblici. Chiesa che invia droni a riconoscimento vocale e facciale, Angeli sterminatori di una nuova, temibile Strage degli Innocenti.

La scrittrice e poetessa americana Louise Erdrich

I modelli sono evidenti, oltre ai citati maestri della “letteratura distopica”, anche il postmoderno De Lillo di Zero K, la Atwood de Il racconto dell’ancella (leggi qui il nostro articolo), lo straordinario e sottovalutato Non lasciarmi di Ishiguro, il McCarthy de La strada e, perché no, anche Nel guscio di McEwan, per il costante colloquio con il feto. Ma l’ambizioso apparato teorico è incerto con il sovrapporsi di riferimenti alle teorie di Creazionisti, Naturalisti metodologici, Negazionisti della Macroevoluzioni, darwiniani e cattolici più o meno ortodossi.

L’intrigante romanzo della Erdrich ha però il merito di affrontare tematiche vitali dell’attuale, complesso presente: il relativismo etico del mondo occidentale, i delicati rapporti fra scienza e fede, l’eugenetica, l’autodeterminazione della donna in ambito procreativo, il diritto alla vita, la deriva dell’ecosistema, i latenti rigurgiti totalitaristici, l’intolleranza razziale, la pericolosa perdita del significato più nobile ed autentico della nostra umanità. Lo fa con indubbio senso del ritmo ed una prosa sperimentale quanto basta a non farla risultare mai banale. E nel suggestivo finale, come nel racconto conclusivo dei Dublinesi (tutti gli scrittori, più o meno inconsapevolmente, “attraversano” Joyce) la neve cade lenta… sui morti, ma non sui vivi. Per alimentare la speranza nella (ri)nascita di un Messia uomo fra gli uomini.
kkl

Formatosi alla scuola storico-critica di Walter Binni – di cui è stato allievo e con il quale ha collaborato negli anni conclusivi del suo magistero accademico alla Sapienza di Roma – affianca all’impegno di docente di Lingua e Letteratura italiana presso i Licei, l’attività di critico letterario e saggista, con interessi rivolti alla lirica novecentesca e al romanzo post-moderno.

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