La famiglia Aubrey, i suoi riti e i suoi scones

Per la sua prima visita la signorina vestiva di verde salvia, la seconda volta di viola porpora […] mi chiedo se nel suo guardaroba abbia a disposizione tutte quelle che vengono definite “sfumatura artistiche”

Primo libro di una trilogia, La famiglia Aubrey di Rebecca West fu pubblicato per la prima volta nella metà degli anni ’50. Quest’anno ne è uscita la riedizione, salutata da tutti come il ritorno di un capolavoro ingiustamente dimenticato. In effetti basta leggere la quarta di copertina e quasi sentirsi in colpa per non avere mai prima d’ora sentito parlare di Clare Aubrey e i suoi quattro figli che popolano questo romanzo di formazione, ambinetato nella Londra di fine ‘800, che alcuni hanno definito l’equivalente britannico di Piccole donne.

Sicuramente, in comune con il romanzo di Louisa May Alcott, ha la quasi completa assenza della figura maschile. Il marito/padre Aubrey non è partito per la guerra, è un uomo bello e intelligente, completamente privo di una qualsiasi praticità che lo porti a essere presente nella vita famigliare. Perde tempo – e soldi – in progetti più o meno fallimentari che la moglie, in parte per amore, in parte per educazione, si guarda bene dal rinfacciargli. Clare è (stata) una pianista affermata e trasmette l’amore per la musica alle sue figlie, alla primogenita Cornelia e alle gemelle Mary e Rose, quest’ultima voce narrante del romanzo. Richard Quin, l’ultimogenito, è ancora troppo piccolo per avere una qualche rilevanza in questo primo libro.

La storia è raccontata da Rose cinquanta anni dopo, quando è ormai diventata un’affermata pianista, e i ricordi della sua infanzia si mescolano alle problematiche sociali e politiche della Gran Bretagna e dell’Europa alle soglie del Novecento.

La musica è assoluta protagonista della vita quotidiana di questa strampalata famiglia, in teoria benestante ma in pratica povera in canna, che trova nell’affetto reciproco tra i propri membri il punto di forza per barcamenarsi tra creditori e insegnanti di violino, sempre con grazia e allegria.

Una noia mortale…

Scusate eh, sarà sicuramente il trauma liceale dello Stream of Consciousness di James Joyce; qui lo stile non è così complicato, ma a me le descrizioni superdettagliate dell’esatta sfumatura della collana di violette smaltate della zia dell’amica della compagna di classe… dicevamo? Ah sì, mi fanno perdere il filo del discorso. Ammetto di essermi fermata a metà del primo libro; forse gli altri due saranno più interessanti, io passo la palla.

L’unica cosa che mi ha divertita è l’ossessione che tutti hanno per il tè, dalla prozia nobile alla domestica proveniente da una famiglia di marinai.
La dettagliatissima descrizione degli usi e costumi di una famiglia borghese – benestante, anche se squattrinata – nell’Inghilterra di fine ‘800, ha come costante l’ora del tè, un appuntamento quotidiano di fondamentale importanza sociale.

Mentre i pasti sono visti come una pura esigenza materiale, da consumare in famiglia e sul quale l’economia domestica incide parecchio (Clare, la madre, racconta di aver comprato aringhe per tre giorni di seguito), al il tè si invitano gli amici, è il clou di una festa di bambini, serve a riprendersi da un lungo viaggio, è il modo in cui si ricambia un favore.

La cosa curiosa è che del tè come bevanda non si parla mai, è quello e basta, l’infuso di Camelia Sinensis che nell’Inghilterra vittoriana, ma anche in quella odierna, è una panacea che va bene per qualunque situazione:

Ma si renderanno conto davvero di tutto soltanto domattina, disse Kate (la domestica) […] e uova in camicia con il tè sono quello che ci vuole in questi casi.

Io sono d’accordissimo con Kate, non c’è (piccolo) malanno che non mi passi con una tazza di tè nero, forte e zuccherato. Nell’ora del tè, sinonimo di merenda, la descrizione è tutta per i suoi accompagnamenti, dalle torte di ciliegie che vengono messe “ovunque, non solo in superficie”, al pane imburrato, alle focaccine farcite.

Ecco, le focaccine, traduzione che secondo me rende malissimo, sono gli scones; imprescindibili in ogni English Cream Tea che si rispetti sin da quando Anna Stanhope, duchessa di Bedford, intorno al 1840 chiese alla servitù dei panini dolci per il tè. Le piacquero così tanto da diventarne ospiti fissi.
Sono dei panini a cottura rapida di origine scozzese, lievitati con il lievito in polvere, che danno il loro meglio mangiati tiepidi con la clotted cream e la marmellata di fragole.

La clotted cream è il motivo per cui il rito del tè delle 17 si chiama, appunto, Cream Tea, ed è anche uno dei pochi prodotti DOP della Gran Bretagna, una sorta di “panna della panna” tipica del Devon e della Cornovaglia, che ha una apprezzabile percentuale di grasso (il 55% almeno, calcolate che la nostra panna da montare è intorno al 32%%) ed è così compatta che è facile da spalmare. Io la adoro, ma in Italia è introvabile, si può sostituire con un miscuglio di 2 parti di mascarpone e una parte di panna montata, ma non è la stessa cosa.
A questo punto, eccovi la ricetta degli scones.
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SCONES

300 gr di farina 00
50 gr di burro (tagliato a cubetti e messo a raffreddare in frigo, più sono freddi i cubetti meglio sarà)
1 uovo
150 ml di latte
2 cucchiai di lievito in polvere (non vanigliato se li volete neutri)
20 gr di zucchero
Un pizzico di sale

Sbattete insieme l’uovo e il latte in una ciotolina e tenete da parte. Setacciate insieme, in una ciotola, la farina con il lievito, aggiungete lo zucchero e il sale e mescolate. Aggiungete i cubetti di burro e lavorate cercando di mettere insieme l’impasto lavorandolo il meno possibile, fino a ottenere delle grosse briciole. Unite il miscuglio uovo/latte, conservandone un paio di cucchiai, e lavorate fino a formare una palla.

Stendetela sul piano infarinato a uno spessore di circa 3 cm. Con uno stampino tondo di circa 7 cm tagliate gli scones. Rimpastate velocemente i ritagli e proseguite, sistemandoli poi sulla teglia coperta di carta forno,
Spennellateli delicatamente con l’uovo rimasto e infornateli subito. Cuoceteli per circa 15 min, fino a che diventino dorati. Sfornateli e metteteli a raffreddate su una griglia… anche se, ripeto, mangiati tiepidi danno il loro meglio!!

Napoletana di nascita e romana per scelta, da sempre sono innamorata della cara vecchia Inghilterra. Lavoro nella produzione cinematografica e da che ho memoria sono appassionata di cucina e passo quasi ogni momento libero spignattando e infornando a più non posso. Cinefila e profondamente gattara, vivrei in un autunno perenne con libri e tè.

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