Addio a Amos Oz, autore di “Giuda”

“Seriamente, sono convinto che la letteratura, la buona letteratura sia un antidoto al fanatismo. La letteratura è cugina del gossip. Il gossip a sua volta è il risultato della nostra volontà di guardare dentro le finestre degli altri per sapere come vivono, cosa mangiano. La letteratura però fa un passo in più: non solo vuole vedere cosa c’è dentro la finestra altrui, ma indaga su che cosa si vede da quella finestra. La letteratura permette cioè di assumere lo sguardo altrui sul mondo”.

Così si esprimeva Amos Oz, uno dei massimi scrittori contemporanei, morto ieri a 79 anni. Per ricordarlo vi proponiamo questa recensione di Giuda, forse uno dei suoi romanzi più belli.

“Tante persone sono oggi furiose con i musulmani. Non dobbiamo però dimenticare che quanto è successo a Parigi ha prima di tutto a che fare con i fanatici e non con i musulmani. Nel mondo islamico persiste un forte sentimento di frustrazione, rabbia, un profondo senso di sconfitta e umiliazione. Solo i musulmani potrebbero e dovrebbero provare a confrontarsi con questi sentimenti e cercare di guarirli”.

Queste parole sono tratte da un’intervista rilasciata al Corriere della Sera l’11 gennaio 2014 da Amos Oz e appaiono quanto mai opportune per iniziare a parlare di Giuda: bellissimo romanzo, uno dei più suggestivi e profondi, che nei drammatici fatti di Parigi ha trovato un motivo in più per essere letto ed apprezzato.

L’ideologia che lo sostiene, le motivazioni letterarie che alimentano l’intreccio riflettono la posizione degli intellettuali israeliani più moderati ed equilibrati (Yehoshua fra tutti, si rilegga L’amante) di fronte all’integralismo armato jihaidista.

Sullo sfondo di una Gerusalemme umida e polverosa, densa di profumi speziati e intriganti, per lo più notturna ma improvvisamente illuminata da albe sul Sinai e rinfrescata da brezze terse e rigide, si incontrano, nel 1959, i destini misteriosi del colto Gershom Wald, dell’affascinante nuora Atalia e del timido studente Shemuel Asch.

David Ben Gurion, sulla copertina del Time, nell’agosto 1948

Quest’ultimo ha interrotto i suoi promettenti studi universitari, ferito nei suoi sogni politici ed affettivi, lontano da una famiglia in dissesto e alla ricerca di un momentaneo impiego. Lo troverà assistendo Wald, in una casa dove si aggirano i fantasmi drammatici di un passato che lega disperatamente l’anziano alla sfuggente donna. Passato che ha il volto di due straordinari “protagonisti in assenza” che non cessano un attimo di tormentare i vivi, incapaci a tratti di considerarsi tali.

Uno è Micah, il marito di Atalia e figlio del vecchio, precocemente morto nel conflitto arabo-israeliano del ’48. L’altro è Shaltiel Abrabanel, padre di Atalia, detto il “muezzin” che, nel pieno della guerra d’Indipendenza del ‘47-’48, fermamente convinto che la decisione di fondare uno stato ebraico senza l’avvio di un dialogo costruttivo con i Palestinesi fosse uno sbaglio, lascia il Comitato sionista, in disaccordo con:

“Il sognatore Ben-Gurion, il pifferaio magico che ha condotto tutti al massacro. Al macello. Alla cacciata. All’odio eterno fra due comunità”.

E sarà Ben Gurion, “ateo, come tutti i socialisti sionisti”, presidente sino al ‘48 dell’Agenzia ebraica (governo ombra degli ebrei residenti in Palestina sotto il mandato britannico) il promotore vincente, sino al 1963, della politica israeliana e delle sue aperture alle potenze occidentali anti-arabe.

Grazie alla sapienza narrativa di Oz, il delicatissimo conflitto lascia il macrocosmo della Storia per riprodursi nel microcosmo, a tratti claustrofobico, di silenzi carichi di rancore, di stanze assorte dove un genitore e una moglie vivono accanto in nome dell’amore per la medesima persona, più forte, alla fine, delle convinzioni culturali e politiche dell’ebreo Wald e della “figlia dell’Arabo” Atalia, che sulle alture di Gerusalemme ha perso l’uomo della sua vita, prima di constatare il fallimento, nell’ignominia, delle idee di un padre (inconsciamente) amato.

Chi è il traditore? Che significa tradire?

Perché è questo il tratto che salda, in Giuda, la dimensione storico-politica a quella religiosa.

“Chi è pronto al cambiamento, chi ha il coraggio di cambiare, viene sempre considerato un traditore da coloro che non sono capaci di nessun cambiamento”.

Questo sostiene Shemuel, parlando dei suoi studi su Giuda: il colto ed intelligente possidente della città di Keriot – unico fra gli apostoli a non essere originario della Galilea – inviato dalla casta ortodossa gerosolimitana per infiltrarsi fra i seguaci del Nazareno. Giuda ne diviene il più fervente discepolo, strumento consapevole di un tradimento necessario, maturato non certo per l’insignificante compenso di trenta denari (la paga mensile di un suo salariato) ma per la sopravvenuta, esaltante fiducia in un progetto di redenzione universale dell’uomo. Ed è in nome di questo che incoraggia e sostiene “il vero e unico figlio di Dio”, Gesù, “nato e morto ebreo”, fedele alla Torah, certamente riformatore “fondamentalista” e fautore del ritorno ad un ebraismo primitivo, depurato dalle ridondanze spirituali di Farisei e Sadducei, secondo l’ipotesi della tesi di laurea mai conclusa di Shemuel.

Giuda come Abrabanel, allora diventano traditori per la Storia e vengono banditi dal consesso umano dei Templi e delle Convenzioni internazionali da una “damnatio memoriae” che l’ambizioso libro di Oz sembra voler interrompere nel nome della tolleranza, la sola capace di riavviare il confronto fra Ebrei e Cristiani, Arabi ed Israeliani. Perché tra il presente angoscioso dei personaggi ed un trascorso di rimorsi e rimpianti, la partita è aperta.

E’ nelle corde dell’autore e non poteva mancare la componente sentimentale, che egli ha saputo sempre affrontare con miracolosa abilità, sondando i meandri più intimi della passionalità, in particolare all’interno dei rapporti di coppia. Stavolta – forse perché sovrastata dalle tematiche cui ho accennato – mi sembra che l’anello debole sia proprio la vicenda d’amore nella sua prevedibilità… tutto è abbastanza chiaro sin dalle prime pagine, come sempre formalmente ipnotiche e raffinate, nell’apparente semplicità strutturale di dialoghi e descrizioni. Ma certamente Amos Oz, uno dei massimi scrittori contemporanei, sa “narrare” e il monologo di Giuda, insieme alle sorprendenti pagine 209-213, sulle quali non svelo volutamente nulla, ne sono un nitido esempio che non potrà non emozionare il lettore.

Formatosi alla scuola storico-critica di Walter Binni – di cui è stato allievo e con il quale ha collaborato negli anni conclusivi del suo magistero accademico alla Sapienza di Roma – affianca all’impegno di docente di Lingua e Letteratura italiana presso i Licei, l’attività di critico letterario e saggista, con interessi rivolti alla lirica novecentesca e al romanzo post-moderno.

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