Il tunnel di Abraham B. Yehoshua

Zvi Luria, stimato dirigente in pensione dei Percorsi d’Israele (denominazione quasi turistica del “Dipartimento Israeliano dei Lavori Pubblici”), uomo esemplare per buon senso, professionalità, rigore nel lavoro, pazienza e generosità nei rapporti con la sua famiglia amatissima, inizia a perdere le informazioni essenziali. Queste “vagano nella sua mente come un pesciolino nero”, incapaci di trovare un’uscita e quindi neanche il cellulare nel deserto del Negev, il controllo di un SUV, la strada di casa e, improvvisamente, anche quella di un’esistenza sino a quel momento appagante.

Il tunnelIniziano a proiettare l’immagine della moglie Dina – pediatra di 64 anni, premurosa e decisa nei loro 48 anni di matrimonio – in donne più giovani che sono sue inquietanti e fascinose sosia e che a loro volta si moltiplicano e dissolvono in fantasmi femminili del passato. Donne che iniziano a parlare con la suadente voce femminile del navigatore, con l’accento coreano o giapponese incluso: trovata narrativa già sviluppata brillantemente, nei suoi risvolti umoristici e tragici, da Jonathan Coe ne I terribili segreti di Maxwell Sim.

Zvi Luria inizia a confondere Mosé con Giosué – cosa grave, anche per un ebreo non ortodosso – e a sbagliare: dimentica di prendere il nipote all’uscita dell’asilo, gli acquisti del supermercato, il codice dell’antifurto e come si accendono i fari, la stanza dell’amico all’ospedale, le porte. E poi dimentica che la Giulietta di Gounod bisogna ascoltarla seduti in platea, non finire dietro le quinte per metterla in guardia dall’errore fatale.

E dimentica, in particolare, i nomi. Fagocitati dall’atrofia del lobo frontale destro, si volatizzano prima dei cognomi, eppure vengono perentoriamente richiesti, magari da tenaci ex-amanti rancorose, e finiscono scritti sul palmo della mano, come accade al nonno di Oskar in Molto forte, incredibilmente vicino.

Un romanzo sui nomi

Perché l’ultimo romanzo di Abraham Yehoshua, Il tunnel (Einaudi 2018), fra i suoi meno “politici”, è anche un romanzo “sui” nomi, su quelli angosciosamente dimenticati, o quelli emblematici dei personaggi: Hanadi fiore viola/spada, Shibolet spiga/vortice, il fiabesco Aladin, Assael “fatto da Dio” e Zvi… cervo. Ma soprattutto quello che tutti tentano di sostituire con i più rassicuranti “disorientamento”, “smarrimento”, “stato confusionale”, ovvero: demenza senile progressiva.

Non mancano, certo, i temi cari allo scrittore. Il tunnel che l’ex-ingegnere esperto in svincoli e cavalcavia progetterà, come forma di terapia contro la degenerazione neuronale, per aiutare il figlio di un vecchio collega, lo proietta nel vivo dei complessi, delicati rapporti israelo-palestinesi. Si trova così a contatto con la realtà di onlus non sempre ineccepibili, che fanno curare i palestinesi negli ospedali israeliani, mentre Israele, scossa dalla corruzione dei suoi vertici, esporta nei paesi in via di sviluppo, sempre meno competenze in campo agricolo, idrico, logistico (come nei lontani anni ’60) e sempre più sofisticata tecnologia militare.

Certo, ben altro che una galleria, sembra suggerirci l’autore, deve essere scavata per aprire finalmente la strada ad una convivenza apertamente condivisa, civile, solidale e duratura fra i due popoli.
Stavolta, tuttavia, sono altri i temi che ispirano l’intreccio: l’avanzare inesorabile degli anni, la prospettiva incombente della morte, l’amore coniugale senile, fatto di sguardi, reciproche ansie, delicate attenzioni, dedizione, sessualità che riscopre il candore e l’impaccio della giovinezza.

Una strisciante invalidità

Nell’incedere di una strisciante invalidità che lo scrittore ha declinato letterariamente in tutte le sue valenze con la stessa maestria con cui Amos Oz ha delineato il tradimento in Giuda, (vedi la nostra recensione) c’è soprattutto la necessità e il desiderio, delicato e struggente, di aprirsi alle ragioni del prossimo per sentirsi vivi e “attaccarsi alla vita”.
Allora anche Il tunnel della demenza, ritrovato uno spiraglio di luce, può trasformarsi in una risorsa capace di intercettare la realtà e divenire intuizione, libertà, immaginazione, capacità di commuoversi e amare con maggiore tenerezza, sensibilità e fiduciosa speranza: magari in un futuro di pace, se è vero che l’israeliano Zvi Luria ricorda, alla fine, solo i nomi… arabi.

Non mancano, ne Il tunnel, richiami a La comparsa e a La scena perduta. Lo stile, come sempre nelle opere di Yehoshua, merita particolare attenzione. La sua miracolosa naturalezza viene arricchita da improvvise aperture liriche:

“La luna, incalzata da uno sciame di stelle, finisce il suo turno, un sms inascoltato svolazza nello spazio, un camion ringhia sicuro e brutale mentre il sole pulsa e lascia il mondo scortato da una pioggerella sottile nell’autunno titubante”. (passim dal testo).

Il caleidoscopico alternarsi e dissolversi delle ottiche narrative è una caratteristica dello scrittore. Basterà ricordare, ne L’amante, la sorprendente resa dei balbettii di un’anziana che esce dal coma, oppure il “colloquio straniato” dell’israeliana Dafi e dell’arabo Na’im: la medesima situazione viene descritta dalle differenti prospettive dei due ragazzi per sottolineare l’incomunicabilità storica delle rispettive etnie.

Per concludere, il finale “aperto” è stato ritenuto debole e poco riuscito: probabilmente era l’unico possibile e lasciamo a chi legge il piacere di scoprirlo. Ha a che fare con i nomi, comunque…

Formatosi alla scuola storico-critica di Walter Binni – di cui è stato allievo e con il quale ha collaborato negli anni conclusivi del suo magistero accademico alla Sapienza di Roma – affianca all’impegno di docente di Lingua e Letteratura italiana presso i Licei, l’attività di critico letterario e saggista, con interessi rivolti alla lirica novecentesca e al romanzo post-moderno.

Lascia un commento

*