Cuore di seta. La mia storia italiana made in China

Il 5 febbraio finisce l’Anno del Cane e inizia l’Anno del Maiale, animale simbolo della fortuna, dell’abbondanza e dell’opulenza.

Maiali si nasce e salami si diventa, diceva scherzosamente mio nonno pensando al crudele destino di queste povere bestiole, cioè quello di essere apprezzate solo dopo la morte.
E in questi giorni nella sfera d’influenza del Maiale ci stiamo entrando per davvero, cosa che porterà di conseguenza tutti noi a condividerne l’influsso per quasi un anno, cioè per i 354 giorni necessari alla luna nuova per affermare se stessa per 12 volte, a partire dal secondo novilunio (quando la luna è totalmente in ombra) dopo il solstizio d’inverno (il giorno più corto dell’anno).

Mi sto riferendo al calendario lunare cinese, secondo il quale il 4 Febbraio finisce l’Anno del Cane e, il giorno dopo, inizia finalmente l’Anno del Maiale, animale simbolo della fortuna, dell’abbondanza e dell’opulenza: e se così è, che il Maiale sia il benvenuto!

Il Capodanno Lunare è la festa più importante per un paio di miliardi di abitanti del pianeta, celebrata con entusiasmo in Cina, in Vietnam e in Korea, e nelle rispettive comunità originarie da questi Paesi che vivono all’estero. Questa festa, per intenderci, è una sorta di Natale, Pasqua, Capodanno e Giorno dei Morti arrotolati insieme in un unico involtino primavera. Inoltre, come se non bastasse, in questo giorno si festeggiano i compleanni di tutti, ragione per cui ognuno diventa più vecchio di un anno.

Tradizionalmente, il periodo di festeggiamento dura una quindicina di giorni, dalla fine dell’anno lunare fino alla Festa delle Lanterne, in cui le famiglie si riuniscono e fanno grandi spese per comprare cibi, bevande, addobbi e tanti regali per le celebrazioni e per le offerte alle divinità e agli antenati. Un notevole sforzo economico coincide con un enorme dispendio di energie emotive. I preparativi alle celebrazioni possono durare settimane: se non vi è mai capitato di vivere tali sforzi da vicino, difficilmente potrete comprenderne la portata.

Pur avendo ufficialmente adottato il calendario Gregoriano, in questi Paesi si continua ad osservare l’antico calendario Lunare (anzi, Lunisolare) che, oltre a regolare quell’apoteosi celebrativa che è il Capodanno, svolge un ruolo importante nella vita delle persone guidandole nelle date più propizie per sposarsi, avere figli, iniziare attività e persino per le cerimonie funebri.

Anche le varie comunità cinesi che vivono in Italia rinnoveranno il senso di appartenenza alle loro tradizioni, celebrando in pompa magna il Capodanno Lunare. I quasi 300 mila cinesi residenti nella nostra penisola fanno parte di una comunità molto legata, come sono molto legati tra loro i componenti di tutte le collettività originari dalla Repubblica Popolare che vivono all’estero.

Sono cinese perché sono nato in Cina o italiano perché cresciuto in Italia? Io sono cinese. E sono italiano. Mi sento un albero anfibio in grado di vivere sia nell’acqua sia sulla terra, ma con le radici sprofondate nell’eredità culturale e spirituale degli uomini, a partire da quella dei miei antenati”.

Cuore di seta. La mia storia italiana made in China

Si presenta così Shi Yang Shi, autore di Cuore di seta. La mia storia italiana made in China (Mondadori Editore), il primo libro autobiografico scritto da un cinese d’Italia.

Nato nel nord della Cina nel 1979, Shi è arrivato da clandestino in Italia all’età di 11 anni, accompagnato dalla madre. A 27 anni è riuscito a ottenere la cittadinanza italiana e nel 2016 si è anche laureato alla Bocconi.

Dopo avere svolto diversi lavori per mantenersi – dal venditore ambulante al lavapiatti, dal traduttore simultaneo al mediatore culturale – Shi Yang Shi ha trovato la sua strada come attore di cinema e teatro, diventando prima un inviato de Le Iene su Italia1, poi protagonista in vari set cinematografici, fino a essere autore e interprete di ArleChino: traduttore e traditore di due padroni, spettacolo teatrale con il quale ha girato l’Italia per favorire l’integrazione e il dialogo tra le comunità cinesi e gli italiani.

Cuore di seta ci aiuta a comprendere, con la spontaneità di una storia vera raccontata come fosse un romanzo, la vita dei cinesi in Italia, e ci permette di vedere il nostro Paese da un’altra prospettiva. Catapultato suo malgrado a Milano con la madre, l’autore si ritrova a dover ricominciare tutto da capo, senza capirne in fondo il motivo, tra le enormi difficoltà che porta con sé un cambiamento così radicale, a cominciare dall’approccio allo studio e all’educazione, priorità assolute in Cina.

Sapevo bene che studiare era un privilegio, ma nella scuola italiana regnava uno spirito scanzonato e insolente. Tutt’altra scuola, in Cina. Mentre pian piano imparavo l’italiano, mi rendevo sempre più conto di una cosa: in Italia l’istruzione non era poi così importante. O almeno, non era importante come lo era in Cina. Lo avevo notato già il primo giorno di scuola. I miei compagni chiacchieravano in classe, e nessuno sembrava preoccuparsi più di tanto se l’insegnante, quando era proprio esasperata, lo richiamava o gli scriveva una nota sul diario. Anzi, qualcuno sghignazzava pure. Io non avrei mai avuto il coraggio di dare un simile dispiacere ai miei genitori. Tutta la loro vita era votata a che potessi avere la migliore istruzione. In Cina ero abituato al fatto che il “secchione”, lo studente con tre righe rosse sulla spalla della divisa scolastica, era quello ammirato, non certo quello preso in giro. Il mondo, in Italia, sembrava essere capovolto”.

Quello di Shi Yang Shi è un racconto che ci fa riflettere su temi più che mai attuali: quelli dell’integrazione, dell’inclusione sociale, della realizzazione personale. Lo fa ripercorrendo le penose tappe della sua crescita con il candore di un bambino diventato adulto troppo presto, tormentato da una doppia anima, quella della sua terra d’origine e quella maturata nella sua nuova esistenza in Italia, dalle quali non potrebbe mai separarsi e quindi alla costante ricerca di un equilibrio interiore nel quale possano convivere entrambe.

In questa faticosa quanto delicata ricostruzione di un’identità spezzata e sospesa tra due culture, Shi troverà l’aiuto di molti italiani, di quelli che al primo impatto, appena arrivato dalla Cina:

Si assomigliavano un po’ tutti, con quelle facce da stranieri con occhi grandi e nasi grossi, del tutto simili e indistinguibili tra loro. Non ho mai subito atti di razzismo: ho visto nell’animo di moltissimi italiani, anche se non in tutti, grande ospitalità e generosità”

Le sue pagine sono costellate anche dai ricordi della vita vissuta in Cina, della nonna paterna che prepara ottimi ravioli per la Festa delle Feste, il Capodanno cinese, con la città piena di colori e di persone, le riunioni di famiglia, gli incensi accesi, le smisurate offerte di cibo agli altari degli antenati e le conseguenti grandi mangiate tutti insieme.

Sì, perché il cibo offerto agli altari non andava sprecato: una volta compiuto l’atto dell’offerta, i famigliari hanno il permesso di mangiare i loro stessi doni. Così l’anima dell’antenato prende quello che all’anima appartiene, cioè il gesto, mentre l’uomo prende quello che all’uomo appartiene, cioè il cibo.

Cuore di seta. La mia storia italiana made in China è una storia di emancipazione, umana e sociale, che fa un po’ di luce su una realtà di cui si parla poco, su donne e uomini cinesi che incontriamo ogni giorno ma dei quali non conosciamo praticamente nulla. Quella di Shi Yang è una storia a lieto fine fra le tante altre fatte di vite difficili, di lavori pesanti e sottopagati, di esistenze al limite della vivibilità però inevitabili perché, come scrive l’autore:

Una volta partito non potrai decidere che era meglio prima e tornare a casa. In Cina c’è un detto: quando lasci il tuo villaggio per emigrare, ci ritorni solo con l’abito di seta. In altre parole: se non ce l’hai fatta, ti conviene restare dove te ne sei andato!”.

Piemontese di nascita e, malgrado le raccomandazioni di chi mi diceva “Gira pure il mondo ma non uscire mai dall’Italia”, dal 1995 residente in Vietnam, confine ultimo dell’intangibile logica orientale, dove ho avviato alcuni ristoranti italiani, consuete zattere di sopravvivenza per italici in cerca di fortuna o in fuga da se stessi.

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