Atto finale di Harald Gilbers

A Berlino, in quello scorcio di aprile 1945 in cui si apre Atto finale, ultimo romanzo della trilogia dedicata da Harald Gilbers alla Seconda Guerra Mondiale, essere tedeschi è maledettamente pericoloso. Da un lato ci sono i nazisti che arruolano anche anziani e ragazzini per mandarli al macello contro il nemico; dall’altro ci sono i sovietici che stanno invadendo il Paese, inarrestabili e simili a un rullo compressore; in mezzo ci sono i tantissimi che hanno più o meno da nascondere e che cercano di sparire nel solo modo possibile, ossia facendosi credere morti e rubando le identità altrui.

In questo inferno di combattimenti e bombardamenti, ma anche di sordidi delitti, Richard Oppenheimer, l’ex poliziotto ebreo già protagonista degli altri due romanzi della serie, riesce ancora a sopravvivere, aggrappandosi a ogni minimo fuscello di speranza.
Uno dei delinquenti cui era legato da rapporti di collaborazione extragiudiziaria al tempo in cui era tutore dell’ordine, gli ha trovato un posto dove nascondersi in attesa di tempi migliori, un birrificio abbandonato, non proprio comodo ma più sicuro di tanti altri posti.

Atto finale di Harald GilbersMentre Oppenheimer sta lì con la moglie Lisa e fanno i salti mortali per riuscire a farsi bastare le pochissime riserve di cui dispongono, senza essere costretti a uscire continuamente in cerca di acqua e cibo, si trovano a dividere il loro nascondiglio con un altro personaggio, un tipo parecchio misterioso, anche per gli standard della situazione. Di lui si sa che lavorava per le Poste e che non si separa mai da una valigetta piuttosto pesante.

Il tipo non è il massimo del comunicativo ma non c’è comunque tempo di farci amicizia, dato che finisce ammazzato la prima volta che si azzarda a mettere il naso fuori. Resta però la sua valigetta che, nel dubbio, Oppenheimer provvede a far sparire in un pozzo: non si sa cosa possa contenere e se un domani potrà essere utile farla ritrovare.

La guerra intanto prosegue e la situazione per i tedeschi a Berlino è sempre peggio. I sovietici hanno ormai preso definitivamente il sopravvento e nessuno si azzarda più a contrastarli. La loro vendetta verso il sanguinario e spietato invasore di quattro anni prima è esacerbata, non solo dal ricordo dei milioni di morti di cui i nazisti sono responsabili, in gran parte civili innocenti, ma anche dalla constatazione che fino a poco prima i tedeschi se la sono spassata nell’abbondanza, mentre i popoli dell’Est pativano una fame nera.

ll
Esplosioni di barbarie

Il giovane generale Nikolai Berzarin, deciso a far rispettare fino in fondo le convenzioni belliche internazionali, è quasi più impegnato a contenere le esplosioni di barbarie dei suoi soldati, che a combattere un nemico ridotto ormai in cenere.

Non solo è difficile mantenere la disciplina nei reparti regolari, ma c’è da affrontare l’imprevisto fenomeno delle diserzioni. Molti soldati sovietici, anziché eseguire gli ordini, si danno ai saccheggi e alle violenze. Non si ricongiungono ai loro reparti, decisi a instaurare una sorta di colonizzazione criminale di un Paese in cui non esiste più alcuna istituzione ufficiale.

Berlino, 1945

Neanche gli Oppenheimer se la cavano tanto bene. Un giorno che Richard è fuori in cerca di provviste, un gruppo di soldati sovietici sbandati occupa il birrificio e stupra la povera Lisa, che non può opporre la minima resistenza.

Le due vicende, quella della misteriosa valigetta e dello stupro della moglie, finiranno per scorrere parallele e infine fondersi dopo che Oppenheimer, attraverso un percorso quanto mai tortuoso e pericoloso, si metterà al soldo delle autorità sovietiche.
I sovietici sono alla ricerca della valigetta ma gli forniscono le informazioni che gli occorrono con il contagocce. Oppenheimer si presta lo stesso al gioco perché vuole arrivare all’identità degli stupratori di Lisa.
kl

Gilbers ricostruisce una cornice storica accuratissima

Come in Berlino 1944 (vedi la nostra recensione) e ne I figli di Odino, gli altri due romanzi della serie edita da Emons, anche in Atto finale. L’ex commissario Oppenheimer e l’Armata Rossa a Berlino, la vicenda mystery (che poi vira decisamente verso lo spionaggio) è soprattutto un efficace spunto per descrivere una cornice storica, ricostruita con la massima accuratezza: l’autore aggiunge in appendice anche un corposo elenco di testi storici consultati.

Una città che pochi anni prima si era illusa di poter essere la fastosa capitale di un impero millenario, oggi è ridotta a un cumulo di macerie in cui si aggirano, come spettri, degli individui esangui e disperati alla ricerca di qualunque cosa possa aiutarli a sopravvivere. Questi possono contare solo sulla eventuale benevolenza degli invasori – che però non sembrano molto bendisposti – per sperare di uscire dall’incubo e cominciare ricostruire una nuova vita.

Berlino, Porta di Brandelburgo, 1945

Gilbers racconta la Storia dall’interno, con lo stesso cinico buon senso che notoriamente occorre per sopravviverle. Mostra i cittadini comuni che al tempo del nazismo ne hanno avallato ogni abuso e che ora si scoprono improvvisamente tutti antinazisti, tanto che i sovietici cominciano ad avere dubbi sui numerosi perseguitati e oppositori che compaiono dovunque. Persino Oppenheimer, pur essendo palesemente ebreo, non riceverà un particolare trattamento di favore. Ci sono anche donne che, davanti alla furia dei soldati invasori, stupratori seriali, danno per scontato il rischio e si preoccupano solo di venirne fuori rapidamente e con il minore danno fisico possibile.

Tuttavia, non c’è mai morboso compiacimento nelle descrizioni e nei dialoghi: in un’intervista, Gilbers ha affermato di non aver mai apprezzato “l’occhio pornografico” di molti autori contemporanei e infatti preferisce lasciare la violenza fuori scena, limitandosi a mostrarne gli effetti.

Il successo della serie ha indotto l’autore a ripensare i suoi progetti “omicidi” sul personaggio di Oppenheimer, che sopravviverà. Del resto, il periodo storico tra la fine della Guerra e il muro di Berlino è talmente ricco di situazioni in cui potrebbero ambientarsi misteri di ogni sorta ed è talmente poco sfruttato fino a oggi, che sarebbe un vero peccato sprecarlo. Quindi, ha dichiarato lo scrittore, la serie continua.

Classe 1964, insegnante di liceo, autore di un piccolo successo editoriale (Il giardino sommerso, Lettere Animate, 2017) e di altre opere di narrativa, collaboratore di Cronache Letterarie e di Vanilla Magazine; amo i misteri e i gialli, sia quelli veri sia quelli inventati, con preferenza per quelli dimenticati e soprattutto quelli introvabili: vedi la mia rubrica su Cronache Letterarie.

Lascia un commento

*