Dei nostri fratelli feriti di Joseph Andras

Avevo in programma di dedicare questo nuovo articolo a Hisham Matar, autore libico che vive negli Stati Uniti, premio Pulitzer 2017, un’esistenza segnata dall’assenza paterna. Il padre, oppositore di Gheddafi, scomparve dal Cairo nel 1990. La famiglia non lo riabbracciò più. Ma nel frattempo mi è capitato di leggere un romanzo francese d’esordio incentrato su una storia vera. Il suo giovane autore, Joseph Andras, classe 1984, ha rifiutato il Premio Goncourt 2016 affermando che: «La competizione, la concorrenza e la rivalità per me sono nozioni estranee alla scrittura e alla creazione». Per questa sua affermazione, su cui concordo, e per l’unicità del romanzo vorrei parlare proprio del suo libro Dei nostri fratelli feriti.

Fernand Iveton ha uno sguardo stralunato nella foto scattata al momento dell’arresto da parte della polizia algerina. È incredulo che sia stato colto sul fatto. Qualcuno l’ha tradito. È il 14 novembre 1956, ad Algeri. La lotta per l’indipendenza dell’Algeria dalla Francia colonialista è in corso da due anni.

Copertina del libro di Joseph Andras dal titolo Dei nostri fratelli feriti

Fernand ha ragione a essere incredulo. Non per orgoglio ma per ingenuità. Perché è un puro d’animo e crede veramente nella giustezza della causa di liberazione dei fratelli algerini. Lui che non è neppure algerino.

Comunista e operaio, Fernand è uomo di confine: un pied-noir, cioè figlio di genitori francesi ma nato a Algeri, che non fa differenza di patria. Dopo la morte nel 1956 del soldato francese Henry Mailliot, che disertò con un carico di armi a favore della lotta d’indipendenza, Fernand decide che è tempo di passare all’azione.

Entra a far parte dei Combattants de la Libération (CDL) ma ha la sua etica: niente sangue. Così accetta di compiere un atto di sabotaggio dimostrativo: collocare un ordigno nella fabbrica in cui lavora ma all’interno di un laboratorio in disuso. Niente vittime.

Tutto va storto, fin da subito. Qualcuno ha fatto una soffiata. Colto in flagrante Fernand viene arrestato e la bomba disinnescata. Picchiato, torturato con sistemi e accanimento medievali, il suo corpo diventa l’esempio carnale della lotta algerina. Rappresenta proprio ciò che lo Stato e l’opinione pubblica francese non possono tollerare da un connazionale. Così il processo militare a suo carico diventa una farsa e la pena a cui viene condannato, esemplare ma ingiusta e sproporzionata. Le parole di Frantz Fanon, uno dei primi intellettuali a avviare la riflessione sul terzomondismo in chiave anticolonialista, rappresentano perfettamente Ferdinand Iveton. Sono tratte da I dannati della terra:

Libro dello scrittore Frantz Fanon dal titolo I dannati della terra

Nell’Algeria combattente l’onore, il dono di sé, l’amore per la vita, lo sprezzo della morte potevano assumere forme straordinarie.

Fernand ne è esempio. “Di che cosa sono fatti gli eroi?”: si chiede. Ha paura di non reggere il peso delle torture e di tradire. Non sapendo che l’eroe è lui perché non gli importa di se stesso e neppure di morire, se questo può essere necessario e utile per la causa. Che se ne fa della grazia di un Presidente, uno che è convinto che la sua Algeria un giorno sarà comunque indipendente?
Del resto lui ha gli occhi e la bellezza di Hélène a confortarlo. E farlo soffrire.

Cuore puro, cuore libero

La storia d’amore tra Hélène e Fernand s’intreccia con l’evolversi della vicenda penale. C’è una purezza nella relazione tra Fernand e Hélène che consente a entrambi di affrontare con coraggio e consapevolezza le difficoltà del momento. Un amore tardivo, maturato durante un soggiorno in Francia di Fernand per curare la tubercolosi.

Lo scambio epistolare dal carcere è breve ma sempre appassionato, l’amore ha parole per ogni dettaglio quotidiano pur nell’orrore della tortura, nell’estenuante e illusoria attesa del verdetto finale. Un cuore puro è un cuore libero.

Una mano unica e implacabile

B. Stora – F. Malye, Francois Mitterrand et la guerre d’AlgérieRitmo serrato, intreccio intelligente dei piani narrativi, in poche pagine Andras riesce a restituirci il clima dell’Algeria scossa dalla lotta. Mette a nudo l’ipocrisia del colonizzatore, la prevaricazione del potere in nome della solita, noiosa ragion di Stato. Mitterrand, all’epoca ministro della Giustizia, vivrà sempre con malcelata irritazione la vicenda. Fernand Iveton sarà per lui una maledizione.

Quello di Iveton continua a essere un nome maledetto. Ci si domanda come sia stato possibile per Mitterrand farsi carico di una cosa del genere. Mi è capitato di pronunciare due o tre volte il nome di Iveton in sua presenza e questo gli provocava sempre un terribile malessere che si trasformava in un conato di invettive.
B. Stora – F. Malye, Francois Mitterrand et la guerre d’Algérie

Così nell’esergo del libro. Non a caso lo stesso Mitterrand abolirà la pena di morte appena eletto Presidente nel 1981. Pensate, la civile Francia abolì la ghigliottina solo trentotto anni fa.

La scrittura di Andras è ridotta all’osso. Spiccano attacchi e inserti poetici che rivelano il talento dello scrittore.

Non quella pioggia schietta e fiera, no. Una pioggia misera. Stenta. Poco convinta.

Parigi crolla sotto i pesanti panni del cielo.

Con Dei nostri fratelli feriti ritroviamo la letteratura impegnata. Documento rievocativo, il libro ha il pregio di testimoniare e ridar voce a una vicenda storica dimenticata e ancora dolorosa, senza concedere nulla alla dietrologia né a un facile moralismo. Allo stesso modo evita la celebrazione di Fernand come martire e antieroe. Certo ben poca cosa rispetto alla crudele ingiustizia di cui egli fu vittima.

Il gran rifiuto

Di Joseph Andras si sa ben poco. C’è una sola foto di questo autore e neppure tanto significativa. Potrebbe essere addirittura uno pseudonimo.
Coerente con il suo stile letterario, Joseph Andras ha seguito l’esempio di altri scrittori, come Arnaud Lachèze e Julien Gracq, nel rifiutare il Premio Goncourt.

La competizione, la concorrenza e la rivalità per me sono nozioni estranee alla scrittura e alla creazione.
Joseph Andras

La motivazione addotta ripropone la questione del valore reale di premi e concorsi letterari. E dell’opportunità o meno per uno scrittore di parteciparvi. Argomento su cui c’è stata una recente diatriba tra scrittori. Questione di lana caprina, in fondo.

11 febbraio 1957
Sono le cinque e dieci quando la testa di Fernand Iveton, numero di matricola 6101, trent’anni…

Poeta, qualche volta narratore, lettore forte. Nella sua libreria Hugo, Kawabata, Calvino, Grossmann, Roth, Everett convivono armoniosamente con Izzo, Derek Raimond, E. Bunker, Ed McBain. Ma è la poesia a farla da padrona.

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