Pourquoi lire?

Leggo perché la vita non mi basta (come diceva Pessoa).
Leggo per evitare di dire sciocchezze alle donne.
Leggo per essere altrove.
Leggo per diventare te.
Leggo perché è la sola attività al mondo che permette d’essere contemporaneamente soli e accompagnati.
Leggo per trasferirmi nella testa di Montaigne.
Leggo perché Flaubert mi parli della malinconia dei transatlantici.
Leggo come Guide scrive Paludi: perché altri mi spieghino perché leggo.
Ecco: leggo perché Montaigne, Flaubert e Gide m’insegnino chi sono.
Leggo perché è una fortuna avere degli interlocutori tanto vecchi: Montaigne 477 anni, Flaubert 189 anni, Gide 141 anni.
Leggo per ascoltare i morti.
Leggo perché Frédéric Berthet mi spieghi perché mi piace far festa.
Leggo per uscire senza uscire.
Ma leggo anche per ascoltare i vivi.
Leggo per non invecchiare.
Leggo per non essere disturbato.
Leggo per non rispondere al telefono.
Leggo per non essere qui ma lì.

Dopo i diritti del lettore – vi ricordate Pennac? – ecco i suoi motivi. Frédéric Beigbeder, giornalista della rivista francese Lire, fa una lista di motivi che qui ho, in parte, riportato. L’occasione è la pubblicazione del libro di Charles Dantzig Pourquoi lire? Dal canto suo Dantzig sostiene che “leggere non serve a niente. Per questo è una gran cosa”.
Be’, la lista si potrebbe continuare…

Last Night di Massy Tadjedin

Mentre eravamo di fuori in fila, aspettando di entrare, un amico ci ha detto che il film aveva avuto pessime recensioni. Stiamo parlando di Last night, il film che ha aperto il Festival internazionale del film di Roma. Perciò mi apprestavo a vedere un’altra schifezza americana dopo Somewhere e Mangia, prega, ama e invece Last night mi è piaciuto e mi ha anche fatto pensare. Scusate, ma ve lo racconto.

Keira Knightley

Lei, Keira Knightly, è una tipa anoressica che quando la vedi in canottiera ti prende un colpo: sembra un ragazzo tisico. Però ha una faccia carina e nel film fa la parte di una ricca, bella e felice, sposata con un tipo anche lui bello e tutto il resto (Sam Worthington, il protagonista di Avatar). I due vanno a una festa e lei vede che il marito è attratto da una bella donna (Eva Mendes) che invece non è per niente anoressica e con cui lui lavora da diversi mesi, senza avergliene mai parlato.
Questo passaggio è reso proprio bene. Si capisce che quei due si piacciono, ma è qualcosa d’ineffabile e impalpabile. E’ il linguaggio muto dell’attrazione. Tornati a casa lei, Keira, gli fa una scenata di gelosia e se ne va a dormire sul divano, dopo che lui, messo alle strette, ha ammesso che l’altra gli piace. Più tardi, lui la raggiunge, le dice che la ama e va a preparare qualcosa da mangiare in una bellissima cucina che sembra quella di un ristorante, piuttosto che quella di una casa. Dopo lo spuntino notturno i due si riappacificano. Ormai per lui è quasi ora di partire per il viaggio di lavoro con la bella collega.
Keira, che è una scrittrice e giornalista free lance, va a fare colazione al bar e incontra un suo ex di passaggio a New York. Lui in realtà è andato lì proprio per cercarla e si capisce subito che tra i due c’è stato qualcosa di speciale. Si capisce che vedendosi provano un’emozione forte e che hanno una straordinaria sintonia. Lui va al lavoro, ma si danno appuntamento per la sera.
Il film si svolge in “tempo reale”. Vediamo in montaggio alternato quello che fa il marito in viaggio e quello che fa la moglie.
La sera, la temperatura dei due rapporti sale e il marito si ritrova da solo con la cubana che lo corteggia, gli chiede se ha mai tradito, se vuole farlo etc. Intanto a New York abbiamo capito che i due sono stati insieme per un periodo non troppo lungo, che è stato bello ma non ha funzionato, che tra loro c’è qualcosa di irrisolto, di interrotto e quindi inesauribile. La loro attrazione reciproca non è mai finita, forse perché il rapporto non è stato vissuto fino in fondo? Non si sa, ma è così per entrambi. Lo prova anche il fatto che lei non ha mai parlato di lui al marito. Insomma abbiamo proprio l’impressione che questi due si amino. Insieme sono deliziosi, anche quando incontrano gli amici di lui che li scambiano, ovviamente, per due fidanzatini. Continua a leggere Last Night di Massy Tadjedin

Cronache letterarie

Jean Claude Izzo

“Scusi, è qui che c’è Izzo?”
“No, Izzo è morto ormai da molti anni…”
La guardo: “Va bene… era una forma abbreviata per dire: “E’ qui che c’è la presentazione del libro di Stefania Nardini: Jean Claude Izzo: storia di un marsigliese?”
Non so se quelli venuti prima di me contassero di incontrare Izzo in carne ed ossa, o se è lei che è troppo pedante e poco “Izziana”. Sì perché non c’è dubbio che lui usasse le parole con grande spregiudicatezza e libertà. Sapeva strizzare le sue frasi per tirarne fuori tutto il senso. Insomma lui mi avrebbe capito.
Alla presentazione del libro, oltre all’ufficio stampa della casa editrice bolognese Perdisapop, sono presenti alcuni giornalisti e intellettuali. Quello che comincia a parlare ha le scarpe di camoscio giallo canarino e ci racconta che ha letto Izzo perché, alla fine di una relazione, lei gliel’ha regalato. C’è da chiedersi se non sia stato a causa delle scarpe…
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Muriel Barbery e… la letteratura è meglio della vita

Muriel Barbery - Auditorium Roma

Ha 41 anni, ha insegnato filosofia e ha scritto due romanzi. Attualmente vive in Giappone, un paese che l’ha sempre affascinata, come lei stessa ci racconta in questo incontro all’Auditorium di Roma. Un avvertimento prima di cominciare: l’autrice non vuole essere ripresa, solo foto, ma niente filmati. Non si tratta di uno strano rituale apotropaico, non teme che l’anima le venga rubata dal diavolo, ma come ci spiega: è perché l’immagine dello scrittore sminuisce il valore delle sue parole. Per questo non va in televisione. Ed è senza apparire in tv che L’eleganza del riccio, il suo secondo romanzo, ha venduto più di un milione di copie in Italia e due milioni in Francia. Negli Stati Uniti, dove per gli autori europei è già un miracolo essere tradotti, ne ha vendute 500 mila.
Perché? Cos’ha di tanto particolare?
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Philippe Forest e l’iperrealismo sentimentale

Mentre nelle altre sale le folle si avventano sui soliti De Luca e Carofiglio, per il palato fine di pochi intenditori, o detto più pessimisticamente “quattro gatti”, Sandra Petrignani presenta Philippe Forest, un francese che scarnifica i sentimenti. Quattro romanzi tradotti in Italia, svariati premi, Forest nasce saggista, ma dopo la morte di cancro della figlia Pauline, di tre anni, passa alla narrativa.

Petrignani
Stasera non si parla di Pauline che torna in tutti i suoi libri. Forest ci racconta invece, di come ha fatto dell’autobiografia il centro della sua scrittura. Perché se è vero che “Tutto è autobiografico nella scrittura” come diceva Elsa Morante, è anche vero che tra autobiografia e narrativa, passa quello che c’è tra il sogno e capire il proprio sogno. Allora gli chiediamo: quanto la letteratura è menzogna?

Forest
E’ impossibile dire la verità quando si scrive. Io ho l’impressione di aver sognato i miei libri prima di averli scritti. Ad esempio Sarinagara, il mio terzo romanzo. Quando il sognatore racconta il sogno, traduce il linguaggio della notte in quello del giorno. Anche quando si raccontano eventi realmente accaduti, si traducono ed entrano nel mondo della “fiction”: anche se forse “menzogna” sembra un po’ negativo.

Petrignani
Dopo La letteratura come menzogna di Manganelli, la “menzogna” ha perso la connotazione negativa. Sarinagara, il suo libro che più amo ed il primo che ho letto, parte proprio da un sogno e contiene tante considerazioni sulla letteratura. Forest resta un ragionatore di letteratura, un filosofo. Narra ragionando su quello che fa. Non ferma mai il suo ragionare, non tanto sulla vita, ma sullo scrivere. E invita il lettore a esprimere il suo parere sull’impresa un po’ vergognosa e del tutto insignificante di scrivere. L’insignificanza di scrivere come insignificanza della vita. Scrivere non comporta promesse di illuminazione, dunque scrivere non salva. E’ strano che sia proprio lei a dirlo perché sembrerebbe un salvato dalla letteratura. E’ così? Continua a leggere Philippe Forest e l’iperrealismo sentimentale