La sedicente tripletta emergente

Vi presento oggi tre artisti eterogenei, non troppo giovani e leggermente emergenti.
Simone Tordi, coautore di un fumetto sulla banda della Magliana e autore del giallo Mondadori Luna in scorpione.
Dario Gorini, uomo di mondo e viaggiatore, sceneggiatore e regista di François, un corto che ha partecipato a numerosi concorsi.
Infine Gianluca Tino, straordinario talento del biliardino e un libro su Totti, suo idolo indiscusso: L’invasione degli UltraTotti.

Questo è l’inizio di Luna in scorpione di Simone Tordi:
Notte. Il parco è chiuso. I cancelli arrugginiti sprangati. Fazzoletti sporchi di sangue e sperma, preservativi usati, terriccio umido, foglie morte, putrefatte. Qualcuno trova sempre il modo di entrare. Barboni in cerca di riparo, coppiette in cerca di una sveltina, qualche tossico pronto per l’ennesimo buco.

Segue una scena in cui lui è legato sul pavimento bianco e fra dolori atroci e urla agghiaccianti gli escono degli scorpioni dal cervello che gli zampettano sul viso e sul corpo col pungiglione gonfio di veleno…

Allora Simone, ti senti bene? Cominciamo dai traumi infantili. Cosa ti è successo da piccolo?

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Statistiche culturali: straordinaria vendita di un blog

L’Huffington Post, il blog americano seguito da 25 milioni di visitatori al mese, sarà venduto ad Aol per 315 milioni di dollari. Creato da Arianna Huffington nel 2005, con un investimento iniziale di un milione di dollari, il blog ha avuto un ruolo importante nell’elezione di Obama. Arianna Huffington sarà presidente e redattore capo del nuovo gruppo. Gli acquirenti contano di arrivare a 100 milioni di visitatori al mese.

Arianna Huffington

Allora che aspettate a cliccare il bottone rosso del feed, o quello della sottoscrizione?
Tra cinque anni vorrei vendere…

Il cuore puro di Taniguchi e l’arte della Graphic Novel

Immaginate di ritrovarvi improv-visamente a 14 anni. E non solo voi, anche tutto il resto è diventato esattamente come quando avevate 14 anni: la città, le strade, la vostra casa, la famiglia, la scuola, insomma tutto. Così succede a Hiroshi che a 48 anni si ritrova quattordicenne. Allora torna nella sua casa dell’epoca e con enorme emozione vi trova la madre, ormai morta, la sorella piccola e il padre che è letteralmente scomparso molti anni prima. Il povero Hiroshi è sotto choc, ma non serve a niente darsi dei pizzicotti, o sciacquarsi il viso. Ipotizzando che si tratti di un sogno va a dormire con la speranza che la mattina dopo tutto sarà svanito e lui sarà di nuovo con la moglie e le due figlie. Ma non succede…
La mattina dopo è ancora lì ed è pure il primo giorno di scuola. Così, a poco a poco riprende la sua vita di un tempo e ritrova, sempre con grande emozione, i compagni, i professori, le aule, le case, gli amici, i loro parenti, la ragazza più bella della scuola. E dato che il tempo passa, lui vive di nuovo la sua vita, ma con una differenza: ora è un adulto e ciò gli permette di essere un allievo assai più brillante. Va bene in inglese perché nel frattempo si è allenato con i suoi clienti stranieri, va meglio in ginnastica perché il solo fatto di non essere nel corpo di un quarantottenne gli mette le ali ai piedi e si dà delle arie con i compagni più grandi e sbruffoni perché fuma come se lo avesse sempre fatto.
Finché, a un certo punto, quando la più bella della scuola gli rivolge la parola, Hiroshi si rende conto che non si sta limitando a rivivere la sua vita, perchè certe cose non sono mai avvenute. Questo gli provoca un brivido lungo la schiena perché cambiando il suo passato, rischia di cambiare il suo presente e quindi di renderlo, se possibile, ancora più impossibile.

Tamara Drewe di Posy Simmonds

Il tema del “ritorno al futuro” è un classico, vedi anche la serie Life on Mars in cui il protagonista si trova catapultato negli anni ’70 con tanto di pantaloni a campana e catena al collo. Ma non è la novità del tema che conta – la letteratura rimastica all’infinito gli stessi temi – quanto il fatto che qui viene svolto ad arte, facendoci fare un sacco di riflessioni. Continua a leggere Il cuore puro di Taniguchi e l’arte della Graphic Novel

Qual è la legge di Fonzi? Intervista a Omar Di Monopoli

Il suo genere potremmo definirlo: giallo western. Ho letto Uomini e cani e ne sono stata folgorata. Con uno sguardo duro ma divertito, Omar di Monopoli mostra l’altra faccia della Puglia, quella dove si consumano storie antiche di vendetta, criminalità, fatali ritorni dell’eroe tra cani feroci, sangue e violenza. Un posto senza legge con “più scheletri che armadi”. Ma dietro alla barbarie troviamo gli stessi personaggi e meccanismi con cui facciamo i conti ogni giorno. Omar di Monopoli non solo ha qualcosa da dire, ma sa come dirlo.

Cominciamo col giallo-western. In che senso il genere rende più liberi e permette di esprimere l’indicibile? In fondo costringe entro regole e limiti precisi.
Il genere è – a mio modesto parere – «inscatolato» solo all’apparenza. In realtà, conoscendone bene i meccanismi, esso permette al narratore di prescindere dalle costrizioni della realtà e dai vincoli della retorica. Pensiamo solo al lavoro di sovraumana documentazione compiuto nei reportages alla Saviano: una sfilza di nomi, luoghi, cronologie che devono essere verificate (e verificabili). Personalmente ho provato invece un grande senso di libertà nel descrivere, ad esempio in Ferro e fuoco, uno dei miei romanzi, la tragedia dello sfruttamento degli extra-comunitari nei campi del Gargano attraverso l’uso di personaggi inventati e scenografie fittizie. Certo, in una certa misura si può affermare che lo scrittore di genere sia più codardo, poiché evitando di esporsi si salvaguarda (non a caso Saviano invece viaggia con la scorta), ma la letteratura di genere fornisce degli strumenti che permettono una maggiore focalizzazione sul cuore del problema. È una questione di linguaggio: un giallo ben raccontato può (potrebbe!) dire della nostra società molto più di quanto faccia un saggio o un blasonatissimo studio sociologico.

Si capisce che c’è un grande lavoro sul tuo testo e sulle parole. Il contrasto fra il dialetto – sintetico, pragmatico (e comprensibile a tutti) – usato nei dialoghi e il bell’italiano in cui è incastonato, crea una specie di scossa per il lettore. Come sei arrivato a questo registro stilistico?
Il mio stile è frutto di una ricerca linguistica decennale, che assomma esperienze diverse come il fumetto, il cinema e ovviamente la letteratura. Sono inoltre convinto che uno scrittore debba crearsi un proprio vocabolario, e naturalmente per farlo deve però possedere una conoscenza pressoché perfetta dei canoni classici: ecco perché non faccio che studiare e leggere i grandi (anche i piccoli, se è per questo!), cercando d’imitarne lo stile, rielaborandolo e facendolo mio. Continua a leggere Qual è la legge di Fonzi? Intervista a Omar Di Monopoli

Statistiche culturali: The Wire

In un episodio di The Wire (prima stagione, episodio 4), i detective McNulty e Bunk vanno in un appartamento dove sei mesi prima si è svolto un omicidio che è rimasto irrisolto. La serie è ambientata a Baltimora, città americana che ha un numero di omicidi sette volte maggiore della media nazionale americana (che è più del triplo di quella italiana). La vittima, che vediamo nelle foto, è una donna nera, nuda, che ha sul corpo grossi buchi di pallottole. Ecco il dialogo della scena:

Bunk
: Hee, sono cazzi.
McNulty: Cazzi amari…
Bunk: Cazzo… cazzo… cazzo… stracazzo.
McNulty: Altezza un metro e 61. Vent’anni.
Bunk: Hum… cazzo. Cazzo, cazzo, cazzo.
McNulty: Come cazzo…?
Bunk: Cazzo. Eeh.
McNulty: Cazzo! … Heem, no.
Bunk: Cazzo.
McNulty: Cazzo.
Bunk: Ma come cazzo…? Oh cazzo! Oh cazzo! Cazzo, cazzo, cazzo cazzo… ah… Ah cazzo. 
McNulty
: Cazzo, cazzo, cazzo.
Bunk: Cazzo, cazzo, cazzo… Ma che, cazzo?
McNulty: Bingo cazzo! … Cazzo.
Bunk: Ah!
McNulty: Proiettile del cazzo.
Bunk: Ma che cazzo, è assurdo!

A questo punto la scena è finita e il caso è risolto. Totale 34 cazzi. Nell’insieme il dialogo funziona molto bene. Nella versione originale c’è fuck al posto di cazzo. Ma l’episodio non batte Pulp Fiction dove ci sono 170 fuck-cazzi.

New Italian Epic di Wu Ming

Dove sta andando la letteratura italiana? Quali sono le linee che la guidano?
La risposta secondo Wu Ming è: New Italian Epic.
Wu Ming, che non è un capo cinese ma un gruppo di scrittori, ritiene che negli ultimi anni si stia diffondendo una corrente letteraria che riunisce libri diversi per stile e struttura, per argomenti, per generi, per periodo storico e area geografica, insomma diversi in tutto. Anche gli autori sono diversi e non appartengono alla stessa generazione. Ma allora?
La “nuova epica italiana” è segreta nel senso che gli autori che ne fanno parte non lo sanno. Non è un movimento di autori, ma un dialogo tra libri. Tra opere difformi che però hanno delle affinità profonde.
La “New Italian Epic” produce “oggetti narrativi non identificati” (Unidentified Narrative Objects) che possono essere indifferentemente narrativa, saggistica, giornalismo, o memoriale.
Una delle sue caratteristiche è la scomparsa del “popolare”.
In Italia “ci sono due schieramenti l’un contro l’altro armati – e dalla cui schermaglie dovremmo tenerci distanti: da un lato, quelli che usano il “popolare” come giustificazione per produrre e spacciare fetenzie; dall’altra, quelli che disprezzano qualunque cosa non venga consu- mata da un’elite. Sono due posizioni speculari, l’una sopravvive grazie all’altra”.
I due eserciti rischiano di trovarsi senza truppe, visto che: “Oggi la stragrande maggioranza dei pro- dotti non è di massa: viviamo in un mondo di infinite nicchie e sotto-generi. Il mainstream generalista e ‘nazional-popolare’ è meno impor- tante di quanto fosse un tempo e continuerà a ridimensionarsi”.
“Il mainstream è soltanto una nicchia più grande delle altre, ma con un pubblico meno affezionato e meno attivo” e over 50, aggiungerei io. Il profilo è: donna, 50 anni, quinta elementare. Ma facciamo un passo indietro… Continua a leggere New Italian Epic di Wu Ming

La ragazza dello Sputnik di Haruki Murakami

Nella primavera del suo venticinquesimo anno, Sumire si innamorò per la prima volta nella vita. Fu un amore travolgente come un tornado che avanza inarrestabile su una grande pianura. Spazzò via ogni cosa, trascinando in un vortice, lacerando e facendo a pezzi tutto ciò che trovò sulla sua strada, e dietro non si lasciò nulla. Poi, senza aver perso nemmeno un grado della forza, attraversò il Pacifico, distrusse senza pietà Angkor Wat e incendiò una foresta indiana con le sue sfortunate tigri. In Persia si trasformò in una tempesta del deserto e seppellì sotto la sabbia un’esotica città-fortezza. Fu un amore straordinario, epocale. La persona di cui Sumire si era innamorata aveva diciassette anni più di lei ed era sposata. E come se non bastasse, era una donna. E’ da qui che tutto cominciò, ed è qui che tutto (o quasi) finì.

Così comincia questo romanzo di Murakami che s’interroga sull’amore. Che parla d’amore e di morte e va dritto al cuore. Parte leggero e spensierato, poi ci proietta in un dramma misterioso. Però non è un libro nero, diciamo che è difficile da classificare. Ma forse i libri di questo spiazzante giapponese lo sono sempre.
Figlio di professori di letteratura, appassionato di musica e gatti, ha gestito insieme alla moglie un jazz bar a Tokyo. Appena raggiunto un po’ di successo, ha cominciato a viaggiare in Italia, Grecia e Stati Uniti. E’ a Roma che nel 1987 ha scritto Tokyo Blues: un caso letterario che ha venduto due milioni di copie in un anno. In seguito si è trasferito negli Stati Uniti, dove ha insegnato letteratura, per poi tornare in Giappone. Oltre alla scrittura, Murakami si dedica alla corsa. Ha partecipato a circa venti maratone e corre e si allena tutti i giorni. E’ inoltre il traduttore di alcuni gloriosi americani: Scott Fitzgerald, John Irving e Raymond Carver che considera il suo maestro e mentore letterario. “Le sue opere sono ancorate in una quotidianità che sottilmente esce dai binari della normalità” e “rivelano una forma di surrealismo molto rinfrescante”. Di certo ha una grande capacità di spaesarci.
Un avvertimento prima di continuare: se non avete letto il libro è meglio che prima lo
leggiate perché ne svelerò la trama e cercherò di carpirne i segreti. D’accordo non è un giallo, ma non solo i gialli riservano sorprese.
La storia è raccontata da un amico di Sumire, suo compagno d’università e poi insegnante elementare. A quell’epoca Sumire lottava con tutte le sue forze per diventare una scrittrice. Ma a discapito della totale dedizione e della forte determinazione, non ci riusciva. Sumire era incapace di scrivere alcunché avesse un inizio e una fine.
Quello che scriveva “sembrava un patchwork fabbricato da un gruppo di donne ostinate che hanno tutte gusti diversi e diverse difficoltà e che lavorano insieme in silenzio”. Continua a leggere La ragazza dello Sputnik di Haruki Murakami