Donne voluttuose e filosofe è a voi che mi rivolgo!
Fatale di Jean-Patrick Manchette

E’ un misto fra Marnie e Dexter (avete presente il serial killer dei serial killer?). Come loro è precisa, attenta al minimo dettaglio, segue scrupolosamente regole già rodate e dedica tutta se stessa al suo lavoro. Insomma è una vera professionista. Pur essendo di aspetto esile e delicato, si allena quotidianamente ed è di un’agilità straordinaria. Padroneggia perfettamente ogni tecnica per uccidere. Continua a leggere Donne voluttuose e filosofe è a voi che mi rivolgo!
Fatale di Jean-Patrick Manchette

Le quattro casalinghe di Tokyo di Natsuo Kirino

Questo è un libro pieno di cattiveria. E’ autentico, implacabile e tutti sono cattivi. Hanno tutti un disperato bisogno di soldi e farebbero qualsiasi cosa per averli. Non si salva nessuno e non si sa da che parte stare. Le quattro casalinghe di Tokyo non sono meno disperate di quelle americane, né meno folli, ma loro follia non è affatto ostentata e dunque è più spaventosa. E poi, a ben vedere, queste non sono nemmeno casalinghe perché svolgono un faticosissimo lavoro notturno. Infatti il titolo originale del romanzo è Out. E in ogni caso è antecedente alla serie americana Desperate Housewives.
Questo è un libro nero, nero, o forse dovrei dire rosso, grondante di sangue: gli amanti del genere non resteranno delusi. Ma non è solo un romanzo di genere perché è anche uno straordinario racconto della società giapponese, una critica sociale, una narrazione corale, una storia dura, un po’ splatter, un po’ thriller. E c’è pure l’ironia, ma anche quella non è mai palese. Non sai se l’autrice stia ridendo sotto i baffi, o se invece è seria. Dev’essere l’ironia giapponese.  Continua a leggere Le quattro casalinghe di Tokyo di Natsuo Kirino

Poetry

Il cadavere di un ragazza affiora dalle acqua di un fiume. Un’anziana signora che si dimentica le parole, scopre di avere l’Alzheimer. Quando era bambina il maestro le disse: “un giorno diventerai poetessa” e così lei si iscrive a un corso di poesia. Mija, a 66 anni fa la badante di un vecchio disabile e si occupa del nipote adolescente, affidatole dalla figlia che si è trasferita in un’altra città dopo il divorzio.
Nonna e nipote abitano nella stessa casa quasi senza parlare: lei lo rimpinza e lui passa tutto il tempo davanti alla tv. Mentre Mija si sforza di scrivere la sua prima poesia, si scopre che la ragazza si è suicidata dopo essere stata ripetutamente violentata da un gruppo di compagni di scuola, tra cui c’è anche suo nipote. I genitori dei violentatori si riuniscono e decidono di mettere tutto a tacere, pagando una grossa cifra alla famiglia della ragazza per non rovinare il futuro dei figli.
Se volete vedere un film davvero insolito, che sfugge agli stereotipi e se ne infischia dei tabù, che non è certo leggero, ma non manca di leggerezza, non vi perdete Poetry. Continua a leggere Poetry

La sedicente tripletta emergente

Vi presento oggi tre artisti eterogenei, non troppo giovani e leggermente emergenti.
Simone Tordi, coautore di un fumetto sulla banda della Magliana e autore del giallo Mondadori Luna in scorpione.
Dario Gorini, uomo di mondo e viaggiatore, sceneggiatore e regista di François, un corto che ha partecipato a numerosi concorsi.
Infine Gianluca Tino, straordinario talento del biliardino e un libro su Totti, suo idolo indiscusso: L’invasione degli UltraTotti.

Questo è l’inizio di Luna in scorpione di Simone Tordi:
Notte. Il parco è chiuso. I cancelli arrugginiti sprangati. Fazzoletti sporchi di sangue e sperma, preservativi usati, terriccio umido, foglie morte, putrefatte. Qualcuno trova sempre il modo di entrare. Barboni in cerca di riparo, coppiette in cerca di una sveltina, qualche tossico pronto per l’ennesimo buco.

Segue una scena in cui lui è legato sul pavimento bianco e fra dolori atroci e urla agghiaccianti gli escono degli scorpioni dal cervello che gli zampettano sul viso e sul corpo col pungiglione gonfio di veleno…

Allora Simone, ti senti bene? Cominciamo dai traumi infantili. Cosa ti è successo da piccolo?

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Qual è la legge di Fonzi? Intervista a Omar Di Monopoli

Il suo genere potremmo definirlo: giallo western. Ho letto Uomini e cani e ne sono stata folgorata. Con uno sguardo duro ma divertito, Omar di Monopoli mostra l’altra faccia della Puglia, quella dove si consumano storie antiche di vendetta, criminalità, fatali ritorni dell’eroe tra cani feroci, sangue e violenza. Un posto senza legge con “più scheletri che armadi”. Ma dietro alla barbarie troviamo gli stessi personaggi e meccanismi con cui facciamo i conti ogni giorno. Omar di Monopoli non solo ha qualcosa da dire, ma sa come dirlo.

Cominciamo col giallo-western. In che senso il genere rende più liberi e permette di esprimere l’indicibile? In fondo costringe entro regole e limiti precisi.
Il genere è – a mio modesto parere – «inscatolato» solo all’apparenza. In realtà, conoscendone bene i meccanismi, esso permette al narratore di prescindere dalle costrizioni della realtà e dai vincoli della retorica. Pensiamo solo al lavoro di sovraumana documentazione compiuto nei reportages alla Saviano: una sfilza di nomi, luoghi, cronologie che devono essere verificate (e verificabili). Personalmente ho provato invece un grande senso di libertà nel descrivere, ad esempio in Ferro e fuoco, uno dei miei romanzi, la tragedia dello sfruttamento degli extra-comunitari nei campi del Gargano attraverso l’uso di personaggi inventati e scenografie fittizie. Certo, in una certa misura si può affermare che lo scrittore di genere sia più codardo, poiché evitando di esporsi si salvaguarda (non a caso Saviano invece viaggia con la scorta), ma la letteratura di genere fornisce degli strumenti che permettono una maggiore focalizzazione sul cuore del problema. È una questione di linguaggio: un giallo ben raccontato può (potrebbe!) dire della nostra società molto più di quanto faccia un saggio o un blasonatissimo studio sociologico.

Si capisce che c’è un grande lavoro sul tuo testo e sulle parole. Il contrasto fra il dialetto – sintetico, pragmatico (e comprensibile a tutti) – usato nei dialoghi e il bell’italiano in cui è incastonato, crea una specie di scossa per il lettore. Come sei arrivato a questo registro stilistico?
Il mio stile è frutto di una ricerca linguistica decennale, che assomma esperienze diverse come il fumetto, il cinema e ovviamente la letteratura. Sono inoltre convinto che uno scrittore debba crearsi un proprio vocabolario, e naturalmente per farlo deve però possedere una conoscenza pressoché perfetta dei canoni classici: ecco perché non faccio che studiare e leggere i grandi (anche i piccoli, se è per questo!), cercando d’imitarne lo stile, rielaborandolo e facendolo mio. Continua a leggere Qual è la legge di Fonzi? Intervista a Omar Di Monopoli

Statistiche culturali: The Wire

In un episodio di The Wire (prima stagione, episodio 4), i detective McNulty e Bunk vanno in un appartamento dove sei mesi prima si è svolto un omicidio che è rimasto irrisolto. La serie è ambientata a Baltimora, città americana che ha un numero di omicidi sette volte maggiore della media nazionale americana (che è più del triplo di quella italiana). La vittima, che vediamo nelle foto, è una donna nera, nuda, che ha sul corpo grossi buchi di pallottole. Ecco il dialogo della scena:

Bunk
: Hee, sono cazzi.
McNulty: Cazzi amari…
Bunk: Cazzo… cazzo… cazzo… stracazzo.
McNulty: Altezza un metro e 61. Vent’anni.
Bunk: Hum… cazzo. Cazzo, cazzo, cazzo.
McNulty: Come cazzo…?
Bunk: Cazzo. Eeh.
McNulty: Cazzo! … Heem, no.
Bunk: Cazzo.
McNulty: Cazzo.
Bunk: Ma come cazzo…? Oh cazzo! Oh cazzo! Cazzo, cazzo, cazzo cazzo… ah… Ah cazzo. 
McNulty
: Cazzo, cazzo, cazzo.
Bunk: Cazzo, cazzo, cazzo… Ma che, cazzo?
McNulty: Bingo cazzo! … Cazzo.
Bunk: Ah!
McNulty: Proiettile del cazzo.
Bunk: Ma che cazzo, è assurdo!

A questo punto la scena è finita e il caso è risolto. Totale 34 cazzi. Nell’insieme il dialogo funziona molto bene. Nella versione originale c’è fuck al posto di cazzo. Ma l’episodio non batte Pulp Fiction dove ci sono 170 fuck-cazzi.