New Italian Epic di Wu Ming

Dove sta andando la letteratura italiana? Quali sono le linee che la guidano?
La risposta secondo Wu Ming è: New Italian Epic.
Wu Ming, che non è un capo cinese ma un gruppo di scrittori, ritiene che negli ultimi anni si stia diffondendo una corrente letteraria che riunisce libri diversi per stile e struttura, per argomenti, per generi, per periodo storico e area geografica, insomma diversi in tutto. Anche gli autori sono diversi e non appartengono alla stessa generazione. Ma allora?
La “nuova epica italiana” è segreta nel senso che gli autori che ne fanno parte non lo sanno. Non è un movimento di autori, ma un dialogo tra libri. Tra opere difformi che però hanno delle affinità profonde.
La “New Italian Epic” produce “oggetti narrativi non identificati” (Unidentified Narrative Objects) che possono essere indifferentemente narrativa, saggistica, giornalismo, o memoriale.
Una delle sue caratteristiche è la scomparsa del “popolare”.
In Italia “ci sono due schieramenti l’un contro l’altro armati – e dalla cui schermaglie dovremmo tenerci distanti: da un lato, quelli che usano il “popolare” come giustificazione per produrre e spacciare fetenzie; dall’altra, quelli che disprezzano qualunque cosa non venga consu- mata da un’elite. Sono due posizioni speculari, l’una sopravvive grazie all’altra”.
I due eserciti rischiano di trovarsi senza truppe, visto che: “Oggi la stragrande maggioranza dei pro- dotti non è di massa: viviamo in un mondo di infinite nicchie e sotto-generi. Il mainstream generalista e ‘nazional-popolare’ è meno impor- tante di quanto fosse un tempo e continuerà a ridimensionarsi”.
“Il mainstream è soltanto una nicchia più grande delle altre, ma con un pubblico meno affezionato e meno attivo” e over 50, aggiungerei io. Il profilo è: donna, 50 anni, quinta elementare. Ma facciamo un passo indietro… Continua a leggere New Italian Epic di Wu Ming

Il principio dell’iceberg di Ernest Hemingway

Nel maggio del 1954 George Plimpton intervista Hemingway in un caffè di Madrid e gli domanda:
“Secondo lei qual è la migliore preparazione intellettuale per un aspirante scrittore?”
E Hemingway gli risponde: “Diciamo pure uscire di casa e impiccarsi, perché scrivere bene è quasi impossibile. Poi, se qualcuno lo stacca dalla corda, allora, per tutta la vita, il poveretto dovrebbe costringersi a scrivere al meglio. Ma almeno avrà la storia dell’impiccagione con cui cominciare”.
Evviva Hemingway! In un’epoca in cui tutti fanno gli scrittori e stanno lì a guardarsi l’ombelico, la sua affermazione è massimamente apprezzabile. Chiarisce subito qual è il rapporto fra la letteratura e la vita. Hemingway, che di lì a pochi mesi riceverà il premio Nobel per la letteratura, ritiene che la scrittura non possa prescindere dalla conoscenza del mondo e dall’esperienza. Secondo lui,  scrivere comporta un impegno a tempo pieno… a vivere. Insomma la vita è la benzina della scrittura.
Il principio dell’iceberg
è un minuscolo libro pubblicato da Il Melangolo e come dice il sottotitolo, è un’ “Intervista sull’arte di scrivere e narrare”.
Su questo soggetto Hemingway è piuttosto restio. Non perché sia a corto di argomenti, ma perché è scaramantico.

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