Tra i diritti del lettore c’è anche quello di buttare i libri dal finestrino
Bentornato Pennac!

Correva l’anno 1992 quando Daniel Pennac venne a Roma per presentare Come un romanzo, un breve saggio in cui enunciava i famosi dieci diritti del lettore: quello di non leggere, di saltare le pagine, di non finire il libro, di rileggere, di spizzicare e così via. Allora stavo facendo la pratica per diventare pubblicista ed essendo un’appassionata lettrice dei suoi romanzi, sono corsa a via Ripetta, dove lo presentava insieme a Domenico Starnone e Stefano Benni. In quell’occasione ci comunicò che avrebbe pubblicato un quarto e ultimo romanzo della saga di Malaussène e poi basta, fine.
E invece no. 22 anni dopo la pubblicazione de Il signor Malaussène, apparso nel 1995, Daniel Pennac sforna Il caso Malaussène (titolo originale Ils m’ont menti), quinto romanzo della serie. Perciò ieri mi sono precipitata alla presentazione alla Feltrinelli di via Appia, a Roma.   Continua a leggere Tra i diritti del lettore c’è anche quello di buttare i libri dal finestrino
Bentornato Pennac!

Tre donne vivevano in un paesino. La prima era cattiva, la seconda bugiarda e la terza egoista.
‘Ninfee nere’ di Michel Bussi

ninfee-monetQuesto romanzo ha un’ambientazione straordinaria e un inizio irresistibile. Si svolge nel paesino di Giverny, vicino allo stagno con le ninfee e la casa del pittore. Ci sono tre donne, una vecchia, una bella, una bambina, un ispettore con la battuta pronta, il torrione da cui la donna più anziana che sembra una strega, controlla tutto quello che succede.
Giverny è il luogo dove “il pittore strampalato ha deviato il corso di un fiume per creare uno stagno e si è rinchiuso per trent’anni a dipingere ninfee”. Stiamo parlando di Claude Monet ovviamente. Continua a leggere Tre donne vivevano in un paesino. La prima era cattiva, la seconda bugiarda e la terza egoista.
‘Ninfee nere’ di Michel Bussi

Nihil traducendum…
Quali sono i romanzi che ci fanno ridere?

Antonio Rotari, Ragazza con un libro - Versione 2Dunque, dov’ero rimasta? Ah, sì, il secondo libro che mi ha fatto ridere fino alle lacrime.
È Zia Mame, di Patrick Dennis, un libro che ogni aspirante scrittore dovrebbe leggere se non altro perché ha una storia editoriale piena di speranza (non mi fate divagare troppo: chi non la conosce, la troverà su Wikipedia). L’ho letto qualche anno fa, quando Adelphi pensò bene di ristamparlo, e ancora non ho capito se mi ha divertita tanto perché mi ha ricordato il film (un gioiellino che avevo visto da ragazza, con una strepitosa Rosalind Russell che ci guadagnò persino una nomination agli Oscar – il titolo in italiano è La signora mia zia); o perché è tradotto benissimo, con quell’italiano pieno di termini eleganti, ricercati, un po’ desueti ma sempre efficaci che a me piacciono un mondo; o infine perché mi ha fatto tornare in mente la mia, di zia, molto meno svagata di zia Mame ma altrettanto spassosa, che mi aveva lasciata da poco (a proposito: qualcuno mi sa dire perché gli attori che sono belli da bambini non riescono a invecchiare come Dio comanda? Il piccolo che fa la parte di Patrick nel film è diventato un uomo assai bruttarello, un po’ come il Macaulay Culkin di Mamma, ho perso l’aereo. Le femminucce ci stanno più attente, Shirley Temple docet). Continua a leggere Nihil traducendum…
Quali sono i romanzi che ci fanno ridere?

Gli occhi gialli dei coccodrilli di Katherine Pancol

Avete presente quei libri che dopo un po’ che ci siete entrati non vorreste uscirne più? Quelli che creano un ambiente e dei personaggi che ti viene voglia di restare lì con loro?
Che magari non sono dei capolavori, ma non vedi l’ora di tornare a casa per andare avanti? E guai a leggerli prima di dormire?
Un po’ come succedeva per Pennac, che avevi l’impressione di vivere in quella famiglia strampalata, con Benjamin e Julie, la madre sempre incinta, le tante sorelle, i fratelli, gli amici e pure il cane epilettico.
Anche Fred Vargas riesce a creare questo effetto col commissario Adamsberg del 13° arroundissement di Parigi; il suo vice Danglard, coltissimo e affettuosissimo padre di cinque figli, alcolizzato; con Camille, l’amore impossibile di Adamsberg, musicista, compositrice, nonché idraulico; e via dicendo.
Perciò mi chiedo se questa non sia una dote tutta francese, ma subito mi vengono in mente altri esempi: quelli dell’inglese Jonathan Coe, o i deliziosi gialli di Alexander McCall Smith, lo scrittore dello Zimbabwe che ambienta i suoi romanzi nel Botswana. La protagonista, Precious Ramotswe, è una signora africana di taglia tradizionale (ciccionissima secondo i nostri canoni), poi c’è anche la sua segretaria con gli occhiali, bruttina ma brillante in tutto, il fidanzato della signora Ramotswe che fa il meccanico, a cui si aggiungono due orfanelli da loro adottati, due assistenti meccanici sfaticati etc. Con tutto quel caldo, la signora Ramotswe e la sua segretaria, la signorina Makutsi, se ne stanno nella Ladies’ Detective Agency N.1 a bersi il tè e abbiamo l’impressione che per risolvere i casi basti parlarne un po’ e aspettare finché gli intrecci si sciolgono da soli.
Poi c’è anche Pedra Delicado, protagonista di un altro giallo, stavolta spagnolo, creato dalla scrittrice Alicia Giménez-Bartlett.
Dunque questo tipo di libri sono spesso gialli, ma non solo. Come si spiega?
In parte succede perché per avere questa sensazione di essere a casa ci vuole una “serie” e molto spesso le serie sono gialle.  Però c’entra anche il fatto che questi romanzi sono pieni di personaggi e di intrecci.
Ma veniamo a noi. Gli occhi gialli dei coccodrilli non è un giallo.
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