Scrivere vuol dire stare ‘nel territorio del diavolo’

“So benissimo che tra le persone apparentemente interessate a scrivere, ben poche sono interessate a scrivere bene. A loro interessa pubblicare qualcosa, e se possibile fare un ‘colpaccio’. Essere uno scrittore, non scrivere. Vedere il proprio nome in cima a qualcosa di stampato, non importa cosa…
Se è questo che vi interessa io non sarò certo di grande aiuto.”
Così si esprime Flannery O’Connor in modo che prima di addentrarvi Nel territorio del diavolo, ovvero nel suo libricino che parla del mestiere di scrivere, possiate avere una chiara idea se fa per voi. Secondo la scrittrice “l’idea di fare lo scrittore alletta un bel po’ di inconcludenti, coloro che sono solo gravati da sentimenti poetici o afflitti da sensibilità” ma ritiene pure che “con un buon insegnante, diversi best seller si sarebbero potuti prevenire”. Onestamente, quanti di voi vorrebbero essere “guariti” dalla possibilità di scrivere un best seller?  Continua a leggere Scrivere vuol dire stare ‘nel territorio del diavolo’

Ci sono più puri o più corrotti?
Le conversazioni a Capri

Rachel KushnerRachel Kushner a Le conversazioni

Ci sono più puri o più corrotti?
E perché i corrotti, nella narrativa, ci piacciono più dei puri?
Siamo sull’isola che ha ospitato alcuni dei più grandi corrotti della storia, a cominciare dall’imperatore Tiberio che controllava l’impero dall’alto della sua villa dedicata a Giove e buttava giù dalla rupe – il salto di Tiberio – tutti quelli che non gli andavano a genio. O il conte Jacques Fersen, ricchissimo dandy che fece costruire la sua villa vicino a quella di Tiberio, con tanto di fumeria d’oppio, e che compiva riti orgiastici con i giovani dell’isola nella grotta della Matermania (sembra la trama di un romanzo di Donna Tartt, anche lei presente a Le conversazioni). E poi ancora il magnate dell’acciaio Friedrich Alfred Krupp che a Capri fece costruire la bellissima via che porta il suo nome, ma fu coinvolto in un grave scandalo internazionale come corruttore dei giovani capresi e venne espulso dall’isola. Mi fermo qui perché la lista di quelli, artisti e non, che a Capri sono venuti a cercare libertà che non avrebbero avuto altrove, sarebbe lunga.  Continua a leggere Ci sono più puri o più corrotti?
Le conversazioni a Capri

Sunset Limited di James Lee Burke

jlburkeInvestigatore privato con burrascosi trascorsi da sbirro alcolista nonché reduce del Vietnam, Dave Robicheaux è il personaggio più famoso dello scrittore americano James Lee Burke (classe 1936, Houston, Texas – ne abbiamo parlato qui). Cresciuto fra i sapori speziati del gumbo, il caldo riff del blues e i pescigatto della Louisiana, questo detective rude e assai disilluso – capace però di tenerezze incredibili nei confronti di chi ama – della sua terra conosce a menadito soprattutto le pieghe più dolorose: quelle in cui si annidano sovrabbondanti le ingiustizie e le prevaricazioni.
In Sunset Limited, decimo libro della serie dedicata a Robicheaux, veniamo catapultati in una vicenda che dal passato si riverbera sinistramente sul presente dell’eroe: si tratta della morte di un sindacalista cui proprio all’ex-poliziotto era capitata la ventura di trovare il corpo, atrocemente crocefisso lungo gli argini di una palude. Contattato dalla figlia dell’uomo, l’ex-poliziotto comincia a dissotterrare strani collegamenti, rami- ficazioni pericolosissime tra triadi mafiose, potere corrotto e interessi governativi. Continua a leggere Sunset Limited di James Lee Burke

La fiera dei serpenti
di Harry Crews

dirt-road-in-cornfield-irwin-county-ga-photo-copyright-brian-brown-vanishing-south-georgia-usa-2009Una volta all’anno la popolazione di Mystic, in Georgia, terra di Flannery O’Connor e roccaforte di un’America fieramente sudista, si cimenta in ciò che mostra anche uno dei più divertenti episodi dei Simpsons: quello in cui l’intera cittadina di Homer si dedica alacremente alla caccia al crotalo in una (per noi) inconcepibile Festa delle Mazzate.
Non v’è qui però alcuna traccia dello scanzonato humor dei «gialli» (con tanto di happy-end canterino assieme a Barry White). Qui la routine cittadina è impregnata di demenza e i litri di scadente torcibudella che grondando dalle pagine accompagnano il lettore in visita ad una realtà profondamente violenta, oscurata da convinzioni ottuse e bifolche. Harry Crews, con questo suo romanzo breve – La fiera dei serpenti, Meridiano Zero, 218 pagine – ci trascina nell’angoscioso sfogo annuale di una tipica provincia meridionale a stelle e strisce, mostrandoci un’umanità decisamente scalena, composta per lo più da perdenti, gente a cui la vita ha sottratto (o si è lasciata sottrarre) qualsiasi vero scopo lasciandosi intrappolare in una cittadina ubicata Oltreoceano ma che senza troppe difficoltà potrebbe somigliare a qualsiasi cittadina del mondo, anche quella appena oltre il giardino di casa nostra.  Continua a leggere La fiera dei serpenti
di Harry Crews

Qual è la legge di Fonzi? Intervista a Omar Di Monopoli

Il suo genere potremmo definirlo: giallo western. Ho letto Uomini e cani e ne sono stata folgorata. Con uno sguardo duro ma divertito, Omar di Monopoli mostra l’altra faccia della Puglia, quella dove si consumano storie antiche di vendetta, criminalità, fatali ritorni dell’eroe tra cani feroci, sangue e violenza. Un posto senza legge con “più scheletri che armadi”. Ma dietro alla barbarie troviamo gli stessi personaggi e meccanismi con cui facciamo i conti ogni giorno. Omar di Monopoli non solo ha qualcosa da dire, ma sa come dirlo.

Cominciamo col giallo-western. In che senso il genere rende più liberi e permette di esprimere l’indicibile? In fondo costringe entro regole e limiti precisi.
Il genere è – a mio modesto parere – «inscatolato» solo all’apparenza. In realtà, conoscendone bene i meccanismi, esso permette al narratore di prescindere dalle costrizioni della realtà e dai vincoli della retorica. Pensiamo solo al lavoro di sovraumana documentazione compiuto nei reportages alla Saviano: una sfilza di nomi, luoghi, cronologie che devono essere verificate (e verificabili). Personalmente ho provato invece un grande senso di libertà nel descrivere, ad esempio in Ferro e fuoco, uno dei miei romanzi, la tragedia dello sfruttamento degli extra-comunitari nei campi del Gargano attraverso l’uso di personaggi inventati e scenografie fittizie. Certo, in una certa misura si può affermare che lo scrittore di genere sia più codardo, poiché evitando di esporsi si salvaguarda (non a caso Saviano invece viaggia con la scorta), ma la letteratura di genere fornisce degli strumenti che permettono una maggiore focalizzazione sul cuore del problema. È una questione di linguaggio: un giallo ben raccontato può (potrebbe!) dire della nostra società molto più di quanto faccia un saggio o un blasonatissimo studio sociologico.

Si capisce che c’è un grande lavoro sul tuo testo e sulle parole. Il contrasto fra il dialetto – sintetico, pragmatico (e comprensibile a tutti) – usato nei dialoghi e il bell’italiano in cui è incastonato, crea una specie di scossa per il lettore. Come sei arrivato a questo registro stilistico?
Il mio stile è frutto di una ricerca linguistica decennale, che assomma esperienze diverse come il fumetto, il cinema e ovviamente la letteratura. Sono inoltre convinto che uno scrittore debba crearsi un proprio vocabolario, e naturalmente per farlo deve però possedere una conoscenza pressoché perfetta dei canoni classici: ecco perché non faccio che studiare e leggere i grandi (anche i piccoli, se è per questo!), cercando d’imitarne lo stile, rielaborandolo e facendolo mio. Continua a leggere Qual è la legge di Fonzi? Intervista a Omar Di Monopoli